martedì 10 febbraio 2026

Allegoresi di un’idea

 

una recensione di Neil Novello

a L'arciere (Effigie, 2025) di Giancarlo Micheli

pubblicata in

Rivista di Studi Italiani/ Journal of italian studies (Anno XLIV, n.1,2026)

 

   Non è al giallo, non proprio al genere del giallo irrisolvibile, irrisolto, che va ascritta la prova narrativa di L’arciere e altri racconti (Effigie, 2025) di Giancarlo Micheli. È un trittico di narrazioni brevi, una pala d’altare che già a metà dell’Ottocento suggerisce la misura strutturale persino a Flaubert, nell’occasione in cui racconta l’epopea sacrificale di Felicita, Giuliano Ospitaliere ed Erodiade. Ma Flaubert richiama solamente un’agnizione formale, del tutto involontaria, ideale per identificare la tripartizione narrativa creata da Micheli. L’opera del viareggino, più che esprimere un’idea di letteratura improntata al puro realismo, dunque all’evidenza letterale del racconto, agisce nel campo di un’idea di letteratura più modernista. Opera quindi nel luogo in cui la premessa diegetica non elegge a suo fine il reale, ma da esso per così dire decorre, quasi che alla rivelazione diretta o di primo grado il narratore preferisca la forma clus, cioè il momento occulto all’aperta evidenza dell’oggetto o, ancora, il narrato come discorso di secondo grado.

   Già la prima incursione nell’articolata trama del primo racconto, L’arciere, più che una narrazione in pro rivela un diverso schema di comunicazione letteraria. Qui la realtà affiora come un relitto, qualcosa che domanda al lettore ricognizioni, sondaggi in profondità, nei luoghi di una ideale scaturigine, di un inizio in cui si è destinati a incontrare l’idea-madre dell’autore. Ecco dunque apparire la sinopia, il tracciato non di una struttura per narrazione, ma qualcosa che fa della stessa narrazione il pretesto di un’allegoria, il manifesto alibi di una cognizione della realtà, della storia e del mondo umano. Così si potrà leggere il sepolto nel manifesto, l’oscuro in piena luce, il segreto nel rivelato.

   Le morti violente raccontate nell’Arciere, quelle del Presidente, degli intellettuali Cesare Mezzo e Vannaccio Ribona nonché della «mezza sega» Perito Rollo, morti sulle quali invano si esercita, o meglio inutilmente gravita la perizia investigativa dei «commissari» Ricciardi, Montalbano e Fenoglio, sono morti che accadono. E la loro plastica ineluttabilità, qualcosa che viene perché deve venire, esclude l’indagine, perché essa è superflua. Altro e più sfuggente, più metafisico appare l’ordine dell’evento, altro il suo significato destinale. Grava pertanto un antefatto, qualcosa che adombra un disegno, un’intenzione filosofica. Con le parole di Intuizione della vita di Simmel, in taluni casi la morte di alcuni uomini viene dalla «struttura a priori della loro vita interiore». A leggere quindi la sequenza ferale dell’Arciere, l’impressione è che la narrazione emani da un altro mondo, un altro mondo che non è quello di un narratore appunto realista né di un artefice giallista, emana cioè da una posizione che sembra esprimere un misterioso avantesto narrativo, un antecedente, non testuale, ignoto al lettore, e nella piena consapevolezza dell’autore.

  A riguardo, per comprendere la fisionomia del discorso di Micheli, nella storia del pensiero si potrà ripartire da molto lontano, dalla Grecia antica. Un celebre frammento di Anassimandro, il presocratico ionico vissuto al tempo di Talete e Anassimene, si dà come possibile segnavia di lettura, non del giallo che dunque non c’è, ma della stessa, incognita nozione di morte. Di quell’idea di morte impressa da Micheli nella sua tela cellinianamente lavorata, siano esse le fini esistenziali violente dell’Arciere oppure, entro una dimensione più apertamente filosofica, la morte come nudo accadimento della vita, epilogo cruento inteso nella sua più cruda, inderogabile natura di ora fatale.

   Nel frammento di Anassimandro, la stella polare fissando la quale navighiamo nel testo di Micheli, si legge: «Da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo». Origine, distruzione, necessità, pena, espiazione, ingiustizia e tempo. Nella catena lessicale in cui si è formalizzato in concetti l’enigmatico pensiero del presocratico, la possibile costruzione di un senso alla morte che accade si spiega sondando l’opposta ragion d’essere del non-senso. Anzi, l’apparente insensatezza delle morti nell’Arciere, in cui il narratore descrive un apparentemente irreale ordine della realtà narrativa, una sorta di mistero in rivelazione sembra precedere il narrato, e ciò perché il narratore occulta, vela un ordine notturno, murato, come un’oscura, lontana premessa custodita nella memoria personale. Ma tale memoria è culturale nella misura in cui la poetica di Micheli si autorappresenta come una strutturata visione del mondo. Essa viene da un luogo culturale prossimo alla filosofia simmeliana di Intuizione della vita, da quel luogo in cui il pensatore differenzia morte da morte, morti che muoiono da morti uccisi (dalla morte): «Il limite temporale della loro vita non nasce dall’interno ma è imposto, come per il corpo inorganico, dall’esterno. Più che morire, uomini di questo genere sono uccisi. Ma altro è la possibilità, altro la necessità di morire».

   Qui è in atto, però, anche il credo di un autore che guarda la realtà, che osserva le false, orribili mitologie carrieriste della società contemporanea. Le guarda da una specola, da un luogo prediletto e immaginario in cui il pianeta diviene quel che semplicemente è, quella dantesca «aiuola che ci fa tanto feroci» e che nel pensiero scrivente di Micheli si imprime come una fissazione dominante, afflittiva dell’umanità. Disincanto del mondo e caduta, cioè visione dello scacco tragico. Ecco perché il macrotema della morte che accade nell’Arciere appare la più schiacciante provvidenza, la sacra occorrenza fiorita in un mondo di potere e di potenti, di docenti e poeti, di uomini qualunque, tutti indistintamente destinati all’«espiazione» anassimandrea, a una fine inderogabile, una fine che livella come in un romanzo di Thomas Bernhard, Estinzione, con la morte, o come in uno di José Saramago, Cecità, con la punizione.

   In esordio di secondo racconto, Il praticante dellavvocato Lipporelli, e con diretto riferimento ad esso, dopo un «preambolo non abbastanza succinto», a causa del quale Micheli rivolge al «lettore» quasi una richiesta di perdono, lo scrittore annuncia il «fatto che mi preme raccontare». La funzione metanarrativa della parola «fatto», ancorché riferirsi al Praticante, nella sua sostanza di marcatore ermeneutico, retrospettivamente chiarisce il discorso sull’Arciere. Qui il «fatto» è ancora un fatto ferale. Con le parole di Vladimir Jankélévitch, esso non richiama il «tragico della morte» né adombra una sinistra forma di schadenfreude, di gioia maligna per la morte degli altri, una cui gelida nuance leggiamo in Potere e sopravvivenza di Elias Canetti. Qui la morte è la nuda, cruda spoliazione della vita, la scomparsa dalla terra, e ancora, con le parole di Jankélévitch, essa vale come «morte-in-generale». Ma il «fatto» del Praticante, i cosiddetti «fatti nudi e crudi», anzi l’«atto così orribile» cui è legato l’«infelice» collaboratore dello studio Lipporelli, reca per tema la misera storia di un sicofante, quel che Demostene nominava, con efficacie, scabra espressione, «cane del popolo». Il «proprietario d’una ditta di floricoltura», a un suo dipendente extracomunitario dona una casa in affitto. Appena dopo i primi mesi, il lavorante non versa più la pigione. E anzi, pretestuosamente, prima presso un «patronato», poi presso il «praticante» dell’avvocato Lipporelli, accampando irragionevoli e non dimostrabili prove di soprusi e dispetti subiti presso l’abitazione, dallo stesso «praticante», per ingenuità oppure a causa di una latente autocoscienza tragica, è consigliato di «produrre prove circostanziate degli addebiti» al fine di accaparrarsi un «adeguato risarcimento».

   Quando nella Poetica Aristotele parla di peripezia indica un luogo fondamentale nella trama della tragedia. Così il tragico, fra le altre cose, figura una frattura nell’ordine del mondo, una ferita che sovverte la forma continua, lineare della realtà. E la morte, nel caso del Praticante, riguarda proprio l’avvocato Lipporelli, un personaggio di cui si sa solamente una cosa, che muore «stroncato da un infarto cardiaco». Il capovolgimento, nella sua dimensione appunto tragica, non segue da un racconto tragico, ma è la gelida certificazione di un «fatto», la morte di Lipporelli, cui si aggiunge, come suo oscuro e quasi predeterminato seguito, il suicidio veramente gotico del «praticante», il quale si «cavò gli occhi con il manico d’una forchetta».

   Ora con L’arciere e altri racconti si è dinanzi a una terna di narrazioni legate da un solido nesso dialettico. Se L’arciere e il Praticante espongono tranche de vie in cui Micheli delinea la lampante irruzione del tragico, e anzi costruisce narrazioni di caduta, di scacco, attraverso il «festucone allampanato» di Zvezda, lo «sconosciuto» religioso che enigmaticamente ammonisce il protagonista del racconto, il fresatore Bert Ichspaltung, con il suo martellante, oracolare monito «Vanità delle vanità», il terzo racconto rivela il suo carattere di specchio filosofico sia dell’Arciere sia del Praticante. La cognizione madre consiste infatti nella relazione tra la fenomenologia della morte e appunto la «vanità», la morte come disoccultamento della vanitas umana. In altre parole, la leggibilità del libro di Micheli domanda uno sguardo dal punto di vista del disincanto, dall’angolo di incidenza di chi guarda il mondo, la realtà così come la guardano Ecclesiaste, Schopenhauer, Leopardi, Nietzsche, Michelstaedter, Pound, Cioran, Caraco. Zvezda allora testimonia l’esistenza, in filigrana, di un dettato filosofico, di un apparato teoretico attraverso cui Micheli legge e fa leggere retrospettivamente la messa in scena dell’Arciere e del Praticante. Per mezzo del pensiero lucido e impietoso dello «sconosciuto», in Zvezda lo scrittore costruisce a ritroso anche il senso delle due iniziali narrazioni. E il senso è l’insensatezza del tutto («Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole»?), la sua vanagloria, la grande illusione vissuta a filo della vita. Ma lo «sconosciuto», nella sua lezione a Bert, è anche l’agente di una profezia, una voce apocalittica, teleologica, una voce persino soteriologica, poiché è un annunciatore della fine dei tempi e quasi il testimone terrestre del regno dei cieli. Il cosiddetto «reverendo», capace di penetrare nella coscienza di Bert come di entrare occultamente nella sua casa, l’indovino annunciatore del suo licenziamento dalla fabbrica Zvezda, è esso stesso una figura allegorica, il testimone ‘celeste’, l’angelo del male, la cui epifania annuncia fini, la fine dei tempi, la fine del lavoro di Bert, la fine come identità profonda, destino stesso in carico all’esistente. Il reverendo infatti devela, disocculta l’ordine tragico della vita, perché legge profeticamente dentro lo stato mortale della realtà. E se da un lato denuncia la «vanità» di tutte le cose, dall’altro tenta di introdurre una cultura positiva della disillusione. Ciò nel presagio che all’agonizzante mondo della vita, alla stessa peritura esistenza sul pianeta, cioè l’attesa apocalittica del regno dei cieli, attesa essa stessa allegorica e figlia di un’idea palingenetica o apocatastatica, si sostituisca allegoricamente un diverso e ripensato, magari più etico modo di abitare la terra.

Neil Novello


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