articolo di Giancarlo Micheli
pubblicato in
Rivista di studi italiani/ Journal of italian studies (Anno XLIV, n.1, 2026)
In un momento come l’attuale,
contraddistinto dalla riduzione ai circuiti della marginalità cui è sottoposta
l’arma propria della democrazia, il linguaggio – fenomeno verificabile in un
ampio spettro che va dai cenacoli di specialisti disciplinari alle atellane
delle rappresentanze politiche e ovunque l’impero dei segni imprima la carne e
fin le midolla della specie –, e dalla contemporanea diffusione capillare degli
ordigni bellici – crimine non soggetto a sanzioni ed escogitato sulla scorta di
un’idea che deve esser parsa geniale in qualche gabinetto di programmazione
economica dell’apparato militare-industriale, dove si lasciò fiutare al pari
d’una organica deiezione del sacro corpo del capitale, secondo cui alla
psicotecnica terrorista del MAD (Mutually Assured Destruction)[1] debba subentrare una fase
polimorfica ed antiedipica, designata con il concetto generalista di ‘guerra
ibrida’ e consistente nella distribuzione di mezzi di distruzione di massa a
buon mercato in sempre più vasti strati delle comunità umane, lungo un’intera
filiera che va, con buona pace della pedagogia, dalla culla alla tomba, a guisa
di efficace mezzo di contrasto alla caduta tendenziale del saggio di profitto
in quel particolare settore produttivo e in piena conformità alla relazione
subalterna che esso intrattiene con l’apparato editoriale-industriale, agente
esclusivo e plenipotenziario della finanza monopolista, adorata nei delubri
sotto le cui navate virtuali gli algoritmi risolvono, di istante in istante, le
equazioni dell’economia politica in modo da compiacere quotidianamente la casta
dei suoi leviti, con appena un succedaneo scempio di risorse naturali e
dissesto sociale –, in un tale frangente, votato alla più tragica empietà,
spetta ad un’opera d’innocenza cristallina il tentativo di denunciarne
l’ontologia e scongiurare di farsi complice della sovrana indifferenza sul cui
trono consurge un ghigno antropofago in piena regola.
L’urgenza, che una tale consapevolezza
comporta, mi accompagna nella stesura di questo dialogo immaginario con il
poeta Volponi, inteso a rimodellare nel taglio del saggio monografico breve una
forma cui avevo già attinto nel mio contributo a Rivelarmi al mio tempo[2],
incentrato su una particolare rassegna degli interventi parlamentari
dell’urbinate che effettuai in ragione dell’espediente narrativo d’una
ipotetica visita, nella stanza d’ospedale dell’ultima degenza, al paziente
cardiopatico in fase terminale, affetto da grave insufficienza renale a fronte
dei postumi d’un precedente intervento. Auspichiamo che tale ulteriore
esperimento possa aggiungere una sia pur minima concretezza euristica alla
rinascita di studi volponiani che, dall’epoca delle pubblicazioni einaudiane
dell’opera poetica (2001) nonché dei romanzi e delle prose (2002-3), ha
convogliato molti ed eterocliti ingegni sulle piste dell’uomo nuovo di cui egli
ebbe a cuore di testimoniare la necessità dell’avvento, dal Ramarro al Silenzio
campale e dal Memoriale alle Mosche del capitale.
Dunque, è ora di rimettersi in viaggio.
Dopo Arezzo, la strada sale senza strappi e bisogna porre attenzione solo
nell’affrontare i pochi tornanti prima del valico di Bocca Trabaira. Appena
iniziata la discesa verso il fondovalle del Metauro, però, il navigatore va in
panne. Sarei tentato di staccare una mano dal volante ed armeggiare sullo
smartphone per vedere se ci sia una maniera di riconnetterlo alla rete. Resisto
all’impulso che m’indurrebbe in flagrante violazione del codice della strada e,
a dispetto del fiero mutismo nel quale è sprofondato l’assistente vocale,
proseguo alla volta della meta. Cionondimeno, non posso oppormi in alcun modo
all’insorgenza del dubbio d’aver sbagliato direzione, al transito presso
qualcuno dei bivi da poco superati, tant’è che tento invano di placare l’ansia
mettendomi in ascolto del monotono solfeggio dei pistoni, che le lamiere
attutiscono in una rassicurante borboglio. Assorto, quasi incantato
dall’uniforme tappeto sonoro, senza un brivido né un cenno di cordoglio, oltrepasso
Urbania, la città che ricevette il nome dal papa inquisitore di Galileo. È
allora che dalla lassa monodica delle meccaniche vibrazioni, proprio mentre mi
domando se riuscirò a raggiungere il sacello dove le spoglie del poeta
giacciono in quel riposo che chiamiamo eterno, è allora che ho l’impressione di
discernere, quasi ne risorgesse in umana chiarezza di fonemi e tratti
distintivi, la voce che ammonisce di cercarle là dove «l’inverno mi dichiara
nel vecchio tronco che lagrima, incapace di tremare agli acerrimi venti[3]». Quando mi accingo ad una
verifica e torno a concentrarmi sul ritmo ottuso del motore, sono subito
convinto di udirla proseguire: «Babilonia Babele Babilonne di tutti gli uomini
e tutte le donne stretti tra le identiche colonne che rendono uno il tempo,
indenne da ogni attesa, insonne, affilato sul curvo bipenne del calcolatore che
scarta le somme della vita e della morte. Babilonia Babilon Babiltorte fisso alla
continua sorte del valore… Ah! Se tu riuscissi a tergerti dalla fronte e dal
costato il sudore batterico del valore; a volgerti verso il gelo sottile di
queste colline fuori dell’evento babilonesco dell’infante sovrano… Oh Babilon
Babilonia Babilonnia della mia insonnia! Bibilon Babilonatico del mio errare
automatico. Oh notte notte notte! Le cose sono divise e rotte e notte, tutta la
notte, le lecca e le inghiotte[4]».
Sarà, senz’altro, un caso
d’autosuggestione se, sprovvisto d’ogni ausilio da parte del navigatore, il
quale, alieno tanto alle eteree informazioni che dovrebbero alimentarne il
regolare funzionamento quanto alle impalpabili vestigia delle anime, persevera in
una glaciale ed ostinata reticenza, svolto a colpo sicuro sul viottolo che mena
in cima alla collina. Il camposanto è attiguo alla chiesetta di San Cipriano,
di cui una coppia di lesene dai capitelli tuscanici inquadra la facciata
ottocentesca. Dentro al recinto di erosi laterizi, nelle rutile brecce dei
quali palpeggiano luppoli e salcerelle, le lapidi paiono abbandonate a quel
medesimo degrado che, finché fu vivo, non dette pace al dirigente dell’Olivetti
né al senatore del PCI. Ecco che trovo la sua, ingrigita di fimo, al riparo
d’un arbusto di viburno che, durante le torride estati della crisi climatica,
offre un’unica ed esigua ombra ad essa e all’adiacente del figlio Roberto,
vittima del disastro aereo dell’Avana nello stesso anno del crollo del Muro di
Berlino, cui il genitore dovette attendere tutto il tempo che a Mosca
impiegavano per elaborare e attuare un piano economico prima di potersi
adagiare accanto per sempre.
Il silenzio, adesso, è consono al luogo.
Avverto solo il fruscio dei miei passi tra le foglie morte. Una lucertola fa
capolino sulla cimasa della lastra di marmo e trafigge l’aria brinosa con la
puntura d’ossidiana dell’occhio, ne scaglia l’immobile freccia fino al punto
esatto in cui i miei piedi si sono arrestati. Sarà a causa delle sequenze che, negli
ultimi tempi, sono diventate un tormento comune, con bambini denutriti e
feriti, raccolti in camerate d’ospedali semidistrutti, con il corredo
d’oscenità che lascia all’immaginazione i cadaveri delle loro sorelle e
fratelli mentre vanno in putrefazione sotto le macerie dei bombardamenti e,
purtuttavia, non colma la misura, la dose che il consumatore d’informazioni
pretende gli iniettino in vena gli aghi sterili di provetti ed autorevoli
professionisti, sarà che la verde testolina piramidale del rettile abbia
evocato nell’inconscio il colore del sedimento vetroso di silicio e feldspati
cui il Trinity Test ridusse le brughiere della Jornada del Muerto, l’ecatombe
animale e vegetale che ne conseguì e la lunga genealogia di tumori e deformità
nei tessuti organici umani e delle altre specie autoctone, fatto sta che, ora,
mi sembra impellente e imprescindibile aguzzare le percezioni e compiere, costi
quel che costi, la metamorfosi che sviluppi una semplice sensazione illusoria
in una vera conversazione, connotata da sinceri sentimenti, al di là dello
specchio in cui voci di popolari vedettes s’incrinano in pianti dirotti,
così da lasciarle senza un testo da interpretare e perfino senza parole.
Forse cogliendo spunto dalla circostanza,
assai remota, in forza della quale cadessi preda d’una frastornata verecondia
allorché mi capitò di sentirmi così definito, rompo gli indugi: Paolo, fosti un
poeta fanciullo?
«Io non so, natio, quanta cosa mi nasce e
nel contempo muore[5].
Io sogno chiari paesi marini e grande nostalgia m’invade di essere in tutti
nello stesso tempo[6].
Omero alla fine dell’ultimo verso dell’Iliade lasciò cadere la mano, distolse
l’occhio e appena di traverso voltato il capo sopra un gesto umano “adesso sono
pronto – disse – ad ascoltare com’era fatta Ilio e come il mare suo sbattesse;
e a sopportare ciò che quegli uomini non poterono sopportare”. La stessa notte
resto a vegliare un cadavere sul ventre rivoltato a lungo incerto se guardare
che sia o no il mio, a lato; la spoglia che ho cantato una volta, con accento
assillato, invano, ormai dimenticato.[7]»
«Io ho tradotto Omero nella lingua dei
Filistei, impresa che, da sola, vale più della presa di decine e decine di
Palazzi Chigi» s’intromette un energumeno, sbucando da dietro un avello, fasciato
di tutto punto in una kefiah che l’avvolge fino alla punta delle scarpe da
ginnastica, un pregiato paio di Nike, mentre sta intento, benché senza troppa
convinzione, a tirare il guinzaglio cui tiene avvinto un robusto esemplare di
laride, il quale si divincola con tutte le forze per insistere a dilacerare il
sacchetto di plastica dentro all’unico cestino dell’immondizia. Il molestatore,
ora, si fa forza nel gesto di strattonare il laccio, come farebbe un nostromo
incitando la ciurma ad issare un’ancora o cazzare una scotta, cadenzando arsi e
tesi d’un aedico distico in rima baciata: «Gabbiani e passeri sono ormai quasi
tutti estinti. È aperta la caccia ai…».
Una doppietta fende l’atmosfera sopra la
cui epidermide, sul versante opposto del poggio, hanno appena finito di
rimarginarsi gli effetti acustici dello squarcio, quand’ecco che l’energumeno
svanisce, simile ad un ectoplasma che un fuoco fatuo riassorba o ad una traccia
biologica negli asettici server della Microsoft o di Google, cosicché dal
sepolcro di Paolo intendo distintamente:
«Chi fugge salva solo se stesso come un
passero, se un passero si salva fuori dal branco[8]. Salendo lentamente a
germinare, la stagione mantiene il seme del tuo pudore: l’una e l’altro
maturano insieme e cantano in silenzio come il vento e la neve nel tuo piccolo
paesaggio che arriva appena a domani. Anche i passeri al tramonto tremando sui
rami, vivi uno per uno e tutt’insieme come le stelle, ti chiamano in silenzio
per arrivare a domani[9].»
Sì, il silenzio mostra altri punti
cardinali rispetto alle tonitruanti zone di ricaduta dei fall-out mediatici,
quand’anche la via da percorre sia soltanto quella che conduce all’indomani. Vi
s’incamminerebbero volentieri anche quei bambini, sequestrati nel turpe
spettacolo a guisa di inermi comparse cui parlamentari e portavoce del nulla
rubano perfino la ribalta, improvvisandosi nelle vesti espiatorie di
telegeniche sevizie, quantunque una tantum a fronte del loro tempo
prezioso, cui i bambini arrecherebbero solo il disturbo d’ingenui schiamazzi,
il medesimo tempo che, una volta computato ad Harvard e a Greenwich, produce
dividendi e fa cumulo sull’inestinto rogo del capitale, in tale sovrabbondanza
che né io, né tu, né un intero popolo multietnico potenzialmente consapevole,
saremmo in grado di misurare.
Allora, mormoro sommessamente il quesito
se l’uomo nuovo, di cui compilò il regesto fantastico dei realistici
fallimenti, esista tutt’oggi e se abbia, eventualmente, una qualche possibilità
di dare un senso alla propria lotta, oltre la mera sopravvivenza.
«Nelle stanze basse si muovono i bambini:
una voce, le storie del fuoco nei camini, li porta alla finestra, a guardare
chi passa dei contadini o le liti dei passeri prima di sera. Attenti figli alle
finestre, figli maschi e innocenti, a non farvi vedere dalle schiere dei
soldati d’Erode, dall’esercito che tutte le sere passa sulle nostre case.
Allora dall’ultima collina, dove la luce indugia e sembra farsi spada, può
apparire e per la strada di casa inoltrarsi, l’angelo della paura[10]. Un’ora dorme un gallo,
due un cavallo e tre uno studente. Che studente addormentato sono mai stato,
burdel, che studente, del quale tu adesso non possa essere migliore[11]?»
Tu, Paolo, scegliesti di andartene da
sotto la nuvola della tua natività, volesti vedere l’azzurro del cielo e
constatare che «il paesaggio collinare di Urbino, che innocente appare quercia
per quercia mentre colpevole muore zolla per zolla, è politicamente uguale al
centro storico di Torino che crolla palazzo per palazzo o ai giardini della
utopica Ivrea ricca casa per casa: tutti nella nebbia che sale dal mare aureo
del capitale[12]».
Io, onestamente, scelsi di essere custode delle solitudini prima di aver
ripagato, con la pallida moneta d’un volto riflesso, la falce che iniziò a
mietermi dalla guerra che doveva durare fino al sesto giorno. In legioni
attendiamo ancora il settimo.
«Allora fa’ che la tua fronte e la tua
calma coscienza di crescere sappiano sciogliere quella figura e non sperare
solo nella sua sparizione, per liberarti una strada all’orizzonte, che tu debba
o no partire[13]…
La diamantina bellezza adesso suona e scossa di note la fobica luna ne traversa
tremante la cruna tra la prima stella e la casa: strette, una per una; l’uva fu
presa e portata lontano, la notte di ogni giornata rovesciata dentro il suo
stesso nero: fu prima spogliata, fu penetrato il suo grembo? [14]»
«Se ho un tumore, non vado a consultare
chi sia sopravvissuto alla malattia, mi affido piuttosto alla competenza d’un
oncologo» lesta come un’interferenza del segnale portante, si è fatta avanti
una donna, abbastanza avvenente e d’elegante portamento, approfittando della
mia titubanza nel formulare una risposta. Riesco giusto a sorprendere la
smorfia di disprezzo che le flette l’arco delle labbra ben disegnate,
fuoriscena d’ogni plausibile e professionale referto giornalistico, avanti che
profferisca con ostentata indignazione: «…poeti stinti». Con gesto squisito,
giustappone poi le falangi alle sottili narici, come a vietare l’accesso agli
effluvi di luride sconcezze, scosta una mèche dalla fronte alta e
spaziosa, dopodiché esce di scena, bilanciandosi superbamente sui tacchi tra la
ghiaia del vialetto, esibendo un equilibrio tale da strappar gli applausi.
Giovandomi delle ristabilite pace e
tranquillità, replico ormai, a mia discolpa, di aver finito sette o otto volte
un romanzo, senza che nessun laccio eporediese lo catturasse tra la sua inutile
erba, ma non so se basti. Forse, ho proiettato qualche luce tra le due oscurità
che mi seppelliscono e, forse, non è poco.
«Oggi non ho più la gioventù per stare
solo. Sole sono le mie incerte carte smarrite sotto la luce dell’alba, anche se
frugate da un bisogno di poesia, di libertà, accanto, in folio…[15]»
Le ho ritrovate e le terrò, non meno
spesso di quanto l’onda che in me si ripercuote debba salvarle dalla schiuma delle
notti comandate, ché il bambino non nasce soldato, qualunque putrida pituita la
duramadre d’un criminale di guerra abbia infettato. Auspichiamo che ciò serva
per giungere al mattino, che con gioia concorde salutiamo, nel quale si
risvegli non solo la pietà umana, ma la cognizione persuasa e chiara del
fulgido giardino dove cresce sereno il nuovo bambino. Speriamo sia femmina e
anche maschio, bianco, nero e di tutti i colori del paradiso terrestre dove avrà
abitato.
«Talvolta accade che tra questi muti volti
dell’obbedienza capiti uno che insorga e stravolga ogni senso della sua stessa
esistenza e di quella generale, civile, che trapassa ogni singola coscienza.[16]»
Gli stringerei volentieri la mano e lo
abbraccerei.
Si è fatto tardi, già sull’imbrunire sono
accese vespero e la luna. Saluto laicamente e prendo commiato, lieto che gli
importuni, intrufolatisi durante la mia visita, non gli abbiano arrecato troppo
disturbo. Mentre mi allontano sullo stradino, sento che è rimasto di buon umore
e ha ancora voglia di chiacchierare con un amico. Parlano tra loro, ma parlano
ancora a noi.
«Caro Pier Paolo, tante le tue ben
studiate bravure che riesci a riempire le tue giornate di laboriosa felicità,
di poesia…[17]»
«Anche tu sei bravo che riesci a sentire
cosa pensano quel sale e quel pepe nei loro finti cristalli. Ecco tu sapresti
dirmi con precisione, semplicemente bene cosa pensano e sentono e che
immaginano tra loro… sì ci credo, quel sale e quel pepe. Anche tu quindi
prevedo che scriverai un romanzo vero, onesto. Basta che tu non abbia paura, ma
la timidezza di scrivere proprio con la medesima chiarezza con la quale ti
parlano quel sale e quel pepe.[18]»
[1] Acronimo ideato
dallo scienziato di origini ungheresi John von Neumann (1903-1957), considerato
uno dei capostipiti dell’apparato militare-industriale statunitense. Sul senso
di tale figura retorica si fonda la dottrina strategica del cosiddetto ‘equilibrio
del terrore’.
[2] Rivelarmi al
mio tempo per Paolo Volponi, a cura di Neil Novello, Ripostes, Giffoni
Valle Piana (SA), 2025; il volume è stato pubblicato come numero monografico
(Anno XLII, n° 2, Agosto 2024) della «Rivista di Studi Italiani/Journal
of Italian Studies», fondata e diretta da Anthony Verna.
[3] Paolo Volponi, Poesie,
a curato di Emanuele Zinato, Einaudi, Torino, 2024, Cugina volpe, p.52.
[4] Ibidem, Un
ordine industriale, p.307-312.
[6] Ibidem, A
quest’ora, p.73.
[7] Ibidem, Con
testo a fronte, p.371-372.
[9] Ibidem, La
ballata della neve, p.125-6.
[10] Ibidem, L’Appennino
contadino, p.151-2.
[11] Ibidem, La durata della nuvola, p.183.
[12] Ibidem, Canzonetta con rime e rimorsi, p.215.
[13] Ibidem, La
durata della nuvola, p.185.
[14] Ibidem, Ancora
verso Roma, p.261.
[15] Ibidem, La
durata della nuvola, p.180.
[16] Ibidem, Nel
silenzio campale, p.403.
[18] Ibidem, Con
testo a fronte, p.369-370.
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