martedì 10 febbraio 2026

La luna sopra San Cipriano in Tufo

 

articolo di Giancarlo Micheli

pubblicato in 

Rivista di studi italiani/ Journal of italian studies (Anno XLIV, n.1, 2026)

 

 

In un momento come l’attuale, contraddistinto dalla riduzione ai circuiti della marginalità cui è sottoposta l’arma propria della democrazia, il linguaggio – fenomeno verificabile in un ampio spettro che va dai cenacoli di specialisti disciplinari alle atellane delle rappresentanze politiche e ovunque l’impero dei segni imprima la carne e fin le midolla della specie –, e dalla contemporanea diffusione capillare degli ordigni bellici – crimine non soggetto a sanzioni ed escogitato sulla scorta di un’idea che deve esser parsa geniale in qualche gabinetto di programmazione economica dell’apparato militare-industriale, dove si lasciò fiutare al pari d’una organica deiezione del sacro corpo del capitale, secondo cui alla psicotecnica terrorista del MAD (Mutually Assured Destruction)[1] debba subentrare una fase polimorfica ed antiedipica, designata con il concetto generalista di ‘guerra ibrida’ e consistente nella distribuzione di mezzi di distruzione di massa a buon mercato in sempre più vasti strati delle comunità umane, lungo un’intera filiera che va, con buona pace della pedagogia, dalla culla alla tomba, a guisa di efficace mezzo di contrasto alla caduta tendenziale del saggio di profitto in quel particolare settore produttivo e in piena conformità alla relazione subalterna che esso intrattiene con l’apparato editoriale-industriale, agente esclusivo e plenipotenziario della finanza monopolista, adorata nei delubri sotto le cui navate virtuali gli algoritmi risolvono, di istante in istante, le equazioni dell’economia politica in modo da compiacere quotidianamente la casta dei suoi leviti, con appena un succedaneo scempio di risorse naturali e dissesto sociale –, in un tale frangente, votato alla più tragica empietà, spetta ad un’opera d’innocenza cristallina il tentativo di denunciarne l’ontologia e scongiurare di farsi complice della sovrana indifferenza sul cui trono consurge un ghigno antropofago in piena regola.

L’urgenza, che una tale consapevolezza comporta, mi accompagna nella stesura di questo dialogo immaginario con il poeta Volponi, inteso a rimodellare nel taglio del saggio monografico breve una forma cui avevo già attinto nel mio contributo a Rivelarmi al mio tempo[2], incentrato su una particolare rassegna degli interventi parlamentari dell’urbinate che effettuai in ragione dell’espediente narrativo d’una ipotetica visita, nella stanza d’ospedale dell’ultima degenza, al paziente cardiopatico in fase terminale, affetto da grave insufficienza renale a fronte dei postumi d’un precedente intervento. Auspichiamo che tale ulteriore esperimento possa aggiungere una sia pur minima concretezza euristica alla rinascita di studi volponiani che, dall’epoca delle pubblicazioni einaudiane dell’opera poetica (2001) nonché dei romanzi e delle prose (2002-3), ha convogliato molti ed eterocliti ingegni sulle piste dell’uomo nuovo di cui egli ebbe a cuore di testimoniare la necessità dell’avvento, dal Ramarro al Silenzio campale e dal Memoriale alle Mosche del capitale.

Dunque, è ora di rimettersi in viaggio. Dopo Arezzo, la strada sale senza strappi e bisogna porre attenzione solo nell’affrontare i pochi tornanti prima del valico di Bocca Trabaira. Appena iniziata la discesa verso il fondovalle del Metauro, però, il navigatore va in panne. Sarei tentato di staccare una mano dal volante ed armeggiare sullo smartphone per vedere se ci sia una maniera di riconnetterlo alla rete. Resisto all’impulso che m’indurrebbe in flagrante violazione del codice della strada e, a dispetto del fiero mutismo nel quale è sprofondato l’assistente vocale, proseguo alla volta della meta. Cionondimeno, non posso oppormi in alcun modo all’insorgenza del dubbio d’aver sbagliato direzione, al transito presso qualcuno dei bivi da poco superati, tant’è che tento invano di placare l’ansia mettendomi in ascolto del monotono solfeggio dei pistoni, che le lamiere attutiscono in una rassicurante borboglio. Assorto, quasi incantato dall’uniforme tappeto sonoro, senza un brivido né un cenno di cordoglio, oltrepasso Urbania, la città che ricevette il nome dal papa inquisitore di Galileo. È allora che dalla lassa monodica delle meccaniche vibrazioni, proprio mentre mi domando se riuscirò a raggiungere il sacello dove le spoglie del poeta giacciono in quel riposo che chiamiamo eterno, è allora che ho l’impressione di discernere, quasi ne risorgesse in umana chiarezza di fonemi e tratti distintivi, la voce che ammonisce di cercarle là dove «l’inverno mi dichiara nel vecchio tronco che lagrima, incapace di tremare agli acerrimi venti[3]». Quando mi accingo ad una verifica e torno a concentrarmi sul ritmo ottuso del motore, sono subito convinto di udirla proseguire: «Babilonia Babele Babilonne di tutti gli uomini e tutte le donne stretti tra le identiche colonne che rendono uno il tempo, indenne da ogni attesa, insonne, affilato sul curvo bipenne del calcolatore che scarta le somme della vita e della morte. Babilonia Babilon Babiltorte fisso alla continua sorte del valore… Ah! Se tu riuscissi a tergerti dalla fronte e dal costato il sudore batterico del valore; a volgerti verso il gelo sottile di queste colline fuori dell’evento babilonesco dell’infante sovrano… Oh Babilon Babilonia Babilonnia della mia insonnia! Bibilon Babilonatico del mio errare automatico. Oh notte notte notte! Le cose sono divise e rotte e notte, tutta la notte, le lecca e le inghiotte[4]».

Sarà, senz’altro, un caso d’autosuggestione se, sprovvisto d’ogni ausilio da parte del navigatore, il quale, alieno tanto alle eteree informazioni che dovrebbero alimentarne il regolare funzionamento quanto alle impalpabili vestigia delle anime, persevera in una glaciale ed ostinata reticenza, svolto a colpo sicuro sul viottolo che mena in cima alla collina. Il camposanto è attiguo alla chiesetta di San Cipriano, di cui una coppia di lesene dai capitelli tuscanici inquadra la facciata ottocentesca. Dentro al recinto di erosi laterizi, nelle rutile brecce dei quali palpeggiano luppoli e salcerelle, le lapidi paiono abbandonate a quel medesimo degrado che, finché fu vivo, non dette pace al dirigente dell’Olivetti né al senatore del PCI. Ecco che trovo la sua, ingrigita di fimo, al riparo d’un arbusto di viburno che, durante le torride estati della crisi climatica, offre un’unica ed esigua ombra ad essa e all’adiacente del figlio Roberto, vittima del disastro aereo dell’Avana nello stesso anno del crollo del Muro di Berlino, cui il genitore dovette attendere tutto il tempo che a Mosca impiegavano per elaborare e attuare un piano economico prima di potersi adagiare accanto per sempre.

Il silenzio, adesso, è consono al luogo. Avverto solo il fruscio dei miei passi tra le foglie morte. Una lucertola fa capolino sulla cimasa della lastra di marmo e trafigge l’aria brinosa con la puntura d’ossidiana dell’occhio, ne scaglia l’immobile freccia fino al punto esatto in cui i miei piedi si sono arrestati. Sarà a causa delle sequenze che, negli ultimi tempi, sono diventate un tormento comune, con bambini denutriti e feriti, raccolti in camerate d’ospedali semidistrutti, con il corredo d’oscenità che lascia all’immaginazione i cadaveri delle loro sorelle e fratelli mentre vanno in putrefazione sotto le macerie dei bombardamenti e, purtuttavia, non colma la misura, la dose che il consumatore d’informazioni pretende gli iniettino in vena gli aghi sterili di provetti ed autorevoli professionisti, sarà che la verde testolina piramidale del rettile abbia evocato nell’inconscio il colore del sedimento vetroso di silicio e feldspati cui il Trinity Test ridusse le brughiere della Jornada del Muerto, l’ecatombe animale e vegetale che ne conseguì e la lunga genealogia di tumori e deformità nei tessuti organici umani e delle altre specie autoctone, fatto sta che, ora, mi sembra impellente e imprescindibile aguzzare le percezioni e compiere, costi quel che costi, la metamorfosi che sviluppi una semplice sensazione illusoria in una vera conversazione, connotata da sinceri sentimenti, al di là dello specchio in cui voci di popolari vedettes s’incrinano in pianti dirotti, così da lasciarle senza un testo da interpretare e perfino senza parole.

Forse cogliendo spunto dalla circostanza, assai remota, in forza della quale cadessi preda d’una frastornata verecondia allorché mi capitò di sentirmi così definito, rompo gli indugi: Paolo, fosti un poeta fanciullo?

«Io non so, natio, quanta cosa mi nasce e nel contempo muore[5]. Io sogno chiari paesi marini e grande nostalgia m’invade di essere in tutti nello stesso tempo[6]. Omero alla fine dell’ultimo verso dell’Iliade lasciò cadere la mano, distolse l’occhio e appena di traverso voltato il capo sopra un gesto umano “adesso sono pronto – disse – ad ascoltare com’era fatta Ilio e come il mare suo sbattesse; e a sopportare ciò che quegli uomini non poterono sopportare”. La stessa notte resto a vegliare un cadavere sul ventre rivoltato a lungo incerto se guardare che sia o no il mio, a lato; la spoglia che ho cantato una volta, con accento assillato, invano, ormai dimenticato.[7]»

«Io ho tradotto Omero nella lingua dei Filistei, impresa che, da sola, vale più della presa di decine e decine di Palazzi Chigi» s’intromette un energumeno, sbucando da dietro un avello, fasciato di tutto punto in una kefiah che l’avvolge fino alla punta delle scarpe da ginnastica, un pregiato paio di Nike, mentre sta intento, benché senza troppa convinzione, a tirare il guinzaglio cui tiene avvinto un robusto esemplare di laride, il quale si divincola con tutte le forze per insistere a dilacerare il sacchetto di plastica dentro all’unico cestino dell’immondizia. Il molestatore, ora, si fa forza nel gesto di strattonare il laccio, come farebbe un nostromo incitando la ciurma ad issare un’ancora o cazzare una scotta, cadenzando arsi e tesi d’un aedico distico in rima baciata: «Gabbiani e passeri sono ormai quasi tutti estinti. È aperta la caccia ai…».

Una doppietta fende l’atmosfera sopra la cui epidermide, sul versante opposto del poggio, hanno appena finito di rimarginarsi gli effetti acustici dello squarcio, quand’ecco che l’energumeno svanisce, simile ad un ectoplasma che un fuoco fatuo riassorba o ad una traccia biologica negli asettici server della Microsoft o di Google, cosicché dal sepolcro di Paolo intendo distintamente:

«Chi fugge salva solo se stesso come un passero, se un passero si salva fuori dal branco[8]. Salendo lentamente a germinare, la stagione mantiene il seme del tuo pudore: l’una e l’altro maturano insieme e cantano in silenzio come il vento e la neve nel tuo piccolo paesaggio che arriva appena a domani. Anche i passeri al tramonto tremando sui rami, vivi uno per uno e tutt’insieme come le stelle, ti chiamano in silenzio per arrivare a domani[9]

Sì, il silenzio mostra altri punti cardinali rispetto alle tonitruanti zone di ricaduta dei fall-out mediatici, quand’anche la via da percorre sia soltanto quella che conduce all’indomani. Vi s’incamminerebbero volentieri anche quei bambini, sequestrati nel turpe spettacolo a guisa di inermi comparse cui parlamentari e portavoce del nulla rubano perfino la ribalta, improvvisandosi nelle vesti espiatorie di telegeniche sevizie, quantunque una tantum a fronte del loro tempo prezioso, cui i bambini arrecherebbero solo il disturbo d’ingenui schiamazzi, il medesimo tempo che, una volta computato ad Harvard e a Greenwich, produce dividendi e fa cumulo sull’inestinto rogo del capitale, in tale sovrabbondanza che né io, né tu, né un intero popolo multietnico potenzialmente consapevole, saremmo in grado di misurare.

Allora, mormoro sommessamente il quesito se l’uomo nuovo, di cui compilò il regesto fantastico dei realistici fallimenti, esista tutt’oggi e se abbia, eventualmente, una qualche possibilità di dare un senso alla propria lotta, oltre la mera sopravvivenza.

«Nelle stanze basse si muovono i bambini: una voce, le storie del fuoco nei camini, li porta alla finestra, a guardare chi passa dei contadini o le liti dei passeri prima di sera. Attenti figli alle finestre, figli maschi e innocenti, a non farvi vedere dalle schiere dei soldati d’Erode, dall’esercito che tutte le sere passa sulle nostre case. Allora dall’ultima collina, dove la luce indugia e sembra farsi spada, può apparire e per la strada di casa inoltrarsi, l’angelo della paura[10]. Un’ora dorme un gallo, due un cavallo e tre uno studente. Che studente addormentato sono mai stato, burdel, che studente, del quale tu adesso non possa essere migliore[11]

Tu, Paolo, scegliesti di andartene da sotto la nuvola della tua natività, volesti vedere l’azzurro del cielo e constatare che «il paesaggio collinare di Urbino, che innocente appare quercia per quercia mentre colpevole muore zolla per zolla, è politicamente uguale al centro storico di Torino che crolla palazzo per palazzo o ai giardini della utopica Ivrea ricca casa per casa: tutti nella nebbia che sale dal mare aureo del capitale[12]». Io, onestamente, scelsi di essere custode delle solitudini prima di aver ripagato, con la pallida moneta d’un volto riflesso, la falce che iniziò a mietermi dalla guerra che doveva durare fino al sesto giorno. In legioni attendiamo ancora il settimo.

«Allora fa’ che la tua fronte e la tua calma coscienza di crescere sappiano sciogliere quella figura e non sperare solo nella sua sparizione, per liberarti una strada all’orizzonte, che tu debba o no partire[13]… La diamantina bellezza adesso suona e scossa di note la fobica luna ne traversa tremante la cruna tra la prima stella e la casa: strette, una per una; l’uva fu presa e portata lontano, la notte di ogni giornata rovesciata dentro il suo stesso nero: fu prima spogliata, fu penetrato il suo grembo? [14]»

«Se ho un tumore, non vado a consultare chi sia sopravvissuto alla malattia, mi affido piuttosto alla competenza d’un oncologo» lesta come un’interferenza del segnale portante, si è fatta avanti una donna, abbastanza avvenente e d’elegante portamento, approfittando della mia titubanza nel formulare una risposta. Riesco giusto a sorprendere la smorfia di disprezzo che le flette l’arco delle labbra ben disegnate, fuoriscena d’ogni plausibile e professionale referto giornalistico, avanti che profferisca con ostentata indignazione: «…poeti stinti». Con gesto squisito, giustappone poi le falangi alle sottili narici, come a vietare l’accesso agli effluvi di luride sconcezze, scosta una mèche dalla fronte alta e spaziosa, dopodiché esce di scena, bilanciandosi superbamente sui tacchi tra la ghiaia del vialetto, esibendo un equilibrio tale da strappar gli applausi.

Giovandomi delle ristabilite pace e tranquillità, replico ormai, a mia discolpa, di aver finito sette o otto volte un romanzo, senza che nessun laccio eporediese lo catturasse tra la sua inutile erba, ma non so se basti. Forse, ho proiettato qualche luce tra le due oscurità che mi seppelliscono e, forse, non è poco.

«Oggi non ho più la gioventù per stare solo. Sole sono le mie incerte carte smarrite sotto la luce dell’alba, anche se frugate da un bisogno di poesia, di libertà, accanto, in folio…[15]»

Le ho ritrovate e le terrò, non meno spesso di quanto l’onda che in me si ripercuote debba salvarle dalla schiuma delle notti comandate, ché il bambino non nasce soldato, qualunque putrida pituita la duramadre d’un criminale di guerra abbia infettato. Auspichiamo che ciò serva per giungere al mattino, che con gioia concorde salutiamo, nel quale si risvegli non solo la pietà umana, ma la cognizione persuasa e chiara del fulgido giardino dove cresce sereno il nuovo bambino. Speriamo sia femmina e anche maschio, bianco, nero e di tutti i colori del paradiso terrestre dove avrà abitato.

«Talvolta accade che tra questi muti volti dell’obbedienza capiti uno che insorga e stravolga ogni senso della sua stessa esistenza e di quella generale, civile, che trapassa ogni singola coscienza.[16]»

Gli stringerei volentieri la mano e lo abbraccerei.

Si è fatto tardi, già sull’imbrunire sono accese vespero e la luna. Saluto laicamente e prendo commiato, lieto che gli importuni, intrufolatisi durante la mia visita, non gli abbiano arrecato troppo disturbo. Mentre mi allontano sullo stradino, sento che è rimasto di buon umore e ha ancora voglia di chiacchierare con un amico. Parlano tra loro, ma parlano ancora a noi.

«Caro Pier Paolo, tante le tue ben studiate bravure che riesci a riempire le tue giornate di laboriosa felicità, di poesia…[17]»

«Anche tu sei bravo che riesci a sentire cosa pensano quel sale e quel pepe nei loro finti cristalli. Ecco tu sapresti dirmi con precisione, semplicemente bene cosa pensano e sentono e che immaginano tra loro… sì ci credo, quel sale e quel pepe. Anche tu quindi prevedo che scriverai un romanzo vero, onesto. Basta che tu non abbia paura, ma la timidezza di scrivere proprio con la medesima chiarezza con la quale ti parlano quel sale e quel pepe.[18]»

 Giancarlo Micheli

 



[1] Acronimo ideato dallo scienziato di origini ungheresi John von Neumann (1903-1957), considerato uno dei capostipiti dell’apparato militare-industriale statunitense. Sul senso di tale figura retorica si fonda la dottrina strategica del cosiddetto ‘equilibrio del terrore’.

[2] Rivelarmi al mio tempo per Paolo Volponi, a cura di Neil Novello, Ripostes, Giffoni Valle Piana (SA), 2025; il volume è stato pubblicato come numero monografico (Anno XLII, n° 2, Agosto 2024) della «Rivista di Studi Italiani/Journal of Italian Studies», fondata e diretta da Anthony Verna.

[3] Paolo Volponi, Poesie, a curato di Emanuele Zinato, Einaudi, Torino, 2024, Cugina volpe, p.52.

[4] Ibidem, Un ordine industriale, p.307-312.

[6] Ibidem, A quest’ora, p.73.

[7] Ibidem, Con testo a fronte, p.371-372.

[9] Ibidem, La ballata della neve, p.125-6.

[10] Ibidem, L’Appennino contadino, p.151-2.

[11] Ibidem, La durata della nuvola, p.183.

[12] Ibidem, Canzonetta con rime e rimorsi, p.215.

[13] Ibidem, La durata della nuvola, p.185.

[14] Ibidem, Ancora verso Roma, p.261.

[15] Ibidem, La durata della nuvola, p.180.

[16] Ibidem, Nel silenzio campale, p.403.

[18] Ibidem, Con testo a fronte, p.369-370.

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