lunedì 9 febbraio 2026

La scrittura come arma civile

una recensione di Antonino Bove

a L'arciere (Effigie, 2025) di Giancarlo Micheli

pubblicata in Sanza meta (dicembre 2025)

 

Leggere L’arciere, come del resto la precedente monumentale e coinvolgente opera Pâris Prassède, nonché i poderosi romanzi che formano la struttura portante della narrativa di Giancarlo Micheli, è come trovarsi di fronte a vasti affreschi parietali della cattedrale dell’umanità e del tempo.

I grandi temi della vita e della morte, i paesaggi urbani e naturali, i caratteri e le fisionomie umane, gli accadimenti economici e sociali sono presi in esame dall’autore, analizzati e descritti con estrema attenzione, precisione e cura. Il registro linguistico narrativo è caratterizzato da termini colti, da periodi ampi che scandiscono un ritmo classico, tanto da ricordare scrittori come Flaubert e Elias Canetti. Con stile ora naturalistico, ora ironico, Giancarlo Micheli delinea situazioni e caratteri di un’umanità reale e immaginaria come, è rappresentata dal pittore fiammingo Hieronymus Bosch in certe pale d’altare, formicolanti di eccessi e di tormenti. Un’umanità che precipita, inconsapevolmente o volutamente, nei gorghi dell’alienazione sociale ed economica capitalista o nei vortici silenziosi della follia e del delirio.

Viziati, come lettori, dallo stile giornalistico sintetico, spesso superficiale, ci siamo allontanati dai prodigi espressivi della grande letteratura. All’inizio della lettura, le pagine di Giancarlo ci risultano esotiche per il loro indugiare su dettagli apparentemente secondari, per l’uso di una terminologia ricercata e parole rare. Ben presto ci rendiamo conto che l’autore, con tale metodo, ha conferito alla narrazione un respiro ampio, unico e profondo. Proprio questa qualità fa di Micheli uno scrittore controcorrente e singolare nel panorama della ipertrofica produzione letteraria attuale.

L’Arciere e altri racconti per le morti violente e oscure delle quali si parla non è un libro ascrivibile al genere "giallo". Quanto vi accade è un pretesto per rappresentare, con caustiche pennellate, tipologie umane cariche di simboli; descrivere miserie psichiche e fallimenti esistenziali che sono poi il tessuto della storia umana.

Considerato che la mia è una formazione attinente alle arti visive, scorgo un’altra vicinanza tra la narrativa di Micheli e la pittura di satira politica di George Grosz. Certe descrizioni di paesaggi desolati o di personaggi in preda a fraintendimenti morali, alcuni foschi cromatismi linguistici e immagini da teatro della catastrofe potremmo apparentarli alla pittura tedesca detta della "Nuova oggettività", della quale Grosz era il protagonista.

L’opera narrativa di Micheli emana una lucida passione etica contro l’ipocrisia del potere politico ed economico. L’autore dell’Arciere ci offre una prosa nobile ed elegante come antidoto al disorientamento verso il senso dell’accadere, all’indebolirsi della solidarietà umana, al caos incontrollabile che stiamo vivendo.

Oltre che un’elevata qualità letteraria, nella narrativa di Micheli troviamo una esplicita forma di impegno politico e civile; una critica e una condanna ai poteri forti, artefici di una possibile futura apocalisse. La scrittura di Micheli è in antitesi al servile atteggiamento della maggioranza degli intellettuali, proni agli interessi dell’editoria, del mercato librario e della critica accademica.

Antonino Bove


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