una recensione di Antonino Bove
a L'arciere (Effigie, 2025) di Giancarlo Micheli
pubblicata in Sanza meta (dicembre 2025)
Leggere L’arciere, come del resto
la precedente monumentale e coinvolgente opera Pâris Prassède, nonché i
poderosi romanzi che formano la struttura portante della narrativa di Giancarlo
Micheli, è come trovarsi di fronte a vasti affreschi parietali della cattedrale
dell’umanità e del tempo.
I grandi temi della vita e della morte, i
paesaggi urbani e naturali, i caratteri e le fisionomie umane, gli accadimenti
economici e sociali sono presi in esame dall’autore, analizzati e descritti con
estrema attenzione, precisione e cura. Il registro linguistico narrativo è
caratterizzato da termini colti, da periodi ampi che scandiscono un ritmo
classico, tanto da ricordare scrittori come Flaubert e Elias Canetti. Con stile
ora naturalistico, ora ironico, Giancarlo Micheli delinea situazioni e
caratteri di un’umanità reale e immaginaria come, è rappresentata dal pittore
fiammingo Hieronymus Bosch in certe pale d’altare, formicolanti di eccessi e di
tormenti. Un’umanità che precipita, inconsapevolmente o volutamente, nei gorghi
dell’alienazione sociale ed economica capitalista o nei vortici silenziosi
della follia e del delirio.
Viziati, come lettori, dallo stile
giornalistico sintetico, spesso superficiale, ci siamo allontanati dai prodigi
espressivi della grande letteratura. All’inizio della lettura, le pagine di
Giancarlo ci risultano esotiche per il loro indugiare su dettagli
apparentemente secondari, per l’uso di una terminologia ricercata e parole
rare. Ben presto ci rendiamo conto che l’autore, con tale metodo, ha conferito
alla narrazione un respiro ampio, unico e profondo. Proprio questa qualità fa
di Micheli uno scrittore controcorrente e singolare nel panorama della
ipertrofica produzione letteraria attuale.
L’Arciere e altri racconti
per le morti violente e oscure delle quali si parla non è un libro ascrivibile
al genere "giallo". Quanto vi accade è un pretesto per rappresentare,
con caustiche pennellate, tipologie umane cariche di simboli; descrivere
miserie psichiche e fallimenti esistenziali che sono poi il tessuto della
storia umana.
Considerato che la mia è una formazione
attinente alle arti visive, scorgo un’altra vicinanza tra la narrativa di
Micheli e la pittura di satira politica di George Grosz. Certe descrizioni di
paesaggi desolati o di personaggi in preda a fraintendimenti morali, alcuni
foschi cromatismi linguistici e immagini da teatro della catastrofe potremmo
apparentarli alla pittura tedesca detta della "Nuova oggettività",
della quale Grosz era il protagonista.
L’opera narrativa di Micheli emana una
lucida passione etica contro l’ipocrisia del potere politico ed economico. L’autore
dell’Arciere ci offre una prosa nobile ed elegante come antidoto al
disorientamento verso il senso dell’accadere, all’indebolirsi della solidarietà
umana, al caos incontrollabile che stiamo vivendo.
Oltre che un’elevata qualità letteraria,
nella narrativa di Micheli troviamo una esplicita forma di impegno politico e
civile; una critica e una condanna ai poteri forti, artefici di una possibile
futura apocalisse. La scrittura di Micheli è in antitesi al servile
atteggiamento della maggioranza degli intellettuali, proni agli interessi dell’editoria,
del mercato librario e della critica accademica.
Antonino Bove
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