martedì 10 febbraio 2026

Dialogo su Pâris Prassède

un articolo di Neil Novello e Giancarlo Micheli

a proposito di Pâris Prassède (Monna Lisa, 2023)

pubblicato in 

Rivista di studi italiani/ Journal of italian studies (Anno XLIV, n.1, 2026)

 

   Neil Novello.

  A proposito di Pâris Prassède, vorrei risalire gli anni e approdare a un libro di critica letteraria, a un libro-categoria. Penso a La frase infinita di Aldo Gargani, uno studio dedicato allo scrittore austriaco Thomas Bernhard. Leggendo Pâris Prassède, il lettore è dinanzi a una «frase infinita», frasi in cui l'infinità, l'infinibilità scrittoria, il vero e proprio respiro lungo dell'atto di scrittura, procede per estenuanti rincorse e sprofondamenti, come una lunga traque di pensiero, non necessaria a dire, a esprimere in lingua, ma appunto necessaria a inabissarsi per scavare, potrei dire, l'evento descritto, il dialogo tra personaggi, un episodio narrativo. Dovessi tu parlarci della tua lingua che si fa stile, o meglio di quelli che definirei esercizi di sabotaggio sintattico, con la tua vertiginosa ipotassi, con la tua ipertassi, come spiegheresti il fenomeno stilistico di Pâris Prassède e, direi, della tua intera opera?

 

 

Giancarlo Micheli.

   Entrando in argomento, in questa forma che sviluppiamo assieme sotto la falsa riga dell’intervista, affrettandomi dunque ad un’asserzione, il romanzo Pâris Prassède interseca la totalità linguistica definendo un vortice, forse lo stesso di un titolo di Allen Ginzberg, in quel caso sospeso sulle pianure del Kansas, un vortice in cui convergono le voci di vivi e morti, dei dimenticati e dei non ancora nati.

 

 

Neil Novello.

   Ti inviterei a un approfondimento. Concludendo la mia prima considerazione, parlo di «esercizi di sabotaggio sintattico». Vorrei allora uscire da questa via linguistica e introdurre quanto forse mi sta più a cuore. L'industria culturale, così insegna Adorno, anche della letteratura fa una merce. Ma parlare di merce senza parlare, nel caso di un romanzo, di mercificazione della lingua, di produzione industriale di lingua consumabile, standard, suggerisce una riflessione sulla tua lingua, sul tuo stile, come vivente contestazione culturale. Ecco, come possiamo argomentare attorno a questo snodo nevralgico, l'insubordinazione di lingua e stile in Pâris Prassède come atto politico, come atto di ribellione culturale, permettimi, contro lo status quo di lingua e stile medi, dico generalmente, nell'industria editoriale italiana ufficiale?

 

Giancarlo Micheli.

   Ti ringrazio, per questo ritmo in battere, che giustifica il mio richiamo precedente ad un testo lirico, eppure anche epico, pacifista, soprattutto: Wichita Vortex Sutra. Entro la prospettiva dell’attuale civiltà, compunta d’orgoglio nel constatare un proprio ruolo non comprimario nella sesta estinzione di massa che il pianeta abbia conosciuto, l’apparato editoriale-industriale occupa un posto paritario nella diarchia assieme al militare-industriale: sono come i gemelli Lakshmana e Shatrughna nell’epica del Ramayana, per richiamarsi ad un immaginario mitologico che riscosse una certa fortuna in entrambi i contesti, al tempo in cui John von Neumann formulò, a titolo d’ipoteca sull’eventuale evoluzione di specie, il noto acronimo: Mad, Mutual Assured Destruction.

   L’apparato editoriale-industriale svolge la funzione di normalizzare la gamma stilistica e l’ampiezza dei registri, perché, a prescindere dalla consapevolezza dei suoi burocrati, deve arrivare alla sintesi estrema di un segnale univoco, bitonale, la sirena d’allarme d’una permanente convulsione, di una guerra che abbia le carte in regola per scoppiare ovunque, in quest’epoca così regressivamente bellicosa, avida di regolare i suoi conti alla velocità imposta dalle transazioni finanziarie e dai relativi fiduciari non umani o disumani. Non dimentichiamo che Pâris Prassède è la storia di uno schiavo e che molte pagine in cui la diegesi è precipitata sono ambientate in qualche carcere ottocentesco o del primo novecento. Da quel punto di vista ideale, alcune anime grandi riuscivano ad avvistare l’angustia degli orizzonti della società che li segregava. Ti sembra una buona metafora?

 

Neil Novello.

   Compio un passo indietro per meglio compierne uno in avanti. Con Ginzberg, tu sostieni la tesi del «vortice», cioè mi induci a pensare a Pâris Prassède come a un precipitato linguistico. Ora, vorrei portarti più in medias res. Parliamo dunque delle «voci» del romanzo, parliamo del tuo personaggio sia esso Prassède, Marx, Gauguin, Lenin o uno dei tanti russi, che popolano le pagine della narrazione. Il loro discorso diretto, la qualità letteraria della loro lingua, riproduce un'entità interna ed esterna a loro, poiché i personaggi parlano tutti la loro lingua, la loro lingua che è la lingua del narratore.

   Tu hai come trasferito la tua lingua nella lingua dei tuoi personaggi. Riveli dunque di possedere una loro precisa coscienza socio-culturale, che è la coscienza socio-culturale di un intellettuale che scrive di intellettuali. Ecco allora che questa tua coscienza si compie migrando nella parlata del personaggio. Ora, quel che io definirei il tuo massimalismo linguistico, il tuo vertiginoso sperimentalismo, mi mette nelle condizioni di venire incontro alla tua interrogazione sulla «metafora». Certo, Prassède come personaggio è una metafora per dire di coloro che vivono storicamente il sogno di una cosa, ma questo richiama un altro sogno. Esso riguarderebbe proprio la lingua, perché la lingua in cui il narratore fa parlare Prassède viene dal suo demiurgo linguistico, riflette il suo personale sogno di una cosa, cioè andare, oltreché storicamente, anche linguisticamente oltre o contro "l’angustia degli orizzonti della società", dello status quo.

 

Giancarlo Micheli.

   Forse ogni opera letteraria, sulla quale la riflessione critica si applichi così da trarne alimento sostanzioso, è rappresentabile nei termini d’un organismo in evoluzione, contiene nelle proprie ragioni compositive le dinamiche che esprimono, nel compimento, le finalità intrinseche, a patto che esse conservino una congruenza con le trasformazioni sociali che fanno loro da sfondo e da matrice. In questo senso, la ricerca stilistico-estetica è investigazione di modalità di significazione latenti, ancoraggio degli eventi trascorsi all’adeguata cognizione cui li attende uno strumento linguistico dotato di maggiori coerenza e completezza di quello che oggi condividiamo. In qualche modo, in virtù di una tal sorta di archeologia del futuro, il genere del romanzo storico rischiara le tenebre dell’avvenire con la luce delle proprie possibilità, architettoniche e strutturanti. Considerazioni simili a queste, innervano, con ogni verosimiglianza, le pagine del mio laboratorio di scrittura, entro al cui perimetro non disdegno affatto di accogliere il lettore con l’ospitalità acconcia a chi vi venga ad esplorare una terra vergine. Nelle scelte cui sarebbe plausibile scomporre analiticamente il processo creativo, la coscienza diegetica del narratore opera una redistribuzione dei tratti distintivi peculiari ad ognuno dei personaggi, una redistribuzione democratica, dalla quale, se una finalità deve emergere, sarà del genere di quella cui Leautréamont alludeva in una lettera a Monsieur Darasse, il mecenate degli Chants de Maldoror, nel frangente in cui si apprestava al lavoro sulle Poésies: «Ecco perché ho cambiato completamente metodo, per cantare esclusivamente la speranza, l’attesa, la calma, la felicità, il dovere». Qualora possa non esser chiaro a tutti il senso dell’ultimo lemma nel contesto di quel breve elenco di autoprescrizioni, esso fa riferimento, senz’altro, all’obbligazione nei confronti della lingua parlata e scritta da quanti popoleranno un mondo infine abitabile.

Non è dunque senza una qualche felicità che metto a parte il lettore delle procedure grazie alle quali sintonizzo il sismografo della scrittura ai brividi e alle vibrazioni attestate dai personaggi, previa l’acquisizione d’una certa familiarità con epistolari, pubblicazioni, documenti, nelle varie lingue in cui li concepirono e ci furono tramandati, pur sempre entro i miei limiti di interpretante. Si tratta di una disciplina integrale, che non esclude nessuno dei sensi e degli strumenti disponibili, creatrice, a sua volta, di altri, che le necessità dell’indagine, di volta in volta, esigono di approntare. Ad esempio, talvolta, potrebbe capitare di aver dormito, più di una sola notte, sdraiati sul pavimento, prima di saper registrare le sensazioni di fuggiaschi che, costretti a coricarsi su sempre nuovi giacigli di fortuna, avessero titolo di prender la parola attraverso il nostro sogno. Ciononostante, l’esperienza tenderà, nel tempo, a moderare l’uso del corpo, affinché vi sia ben fondata la speranza di pacificazione la quale, di sogno in sogno, possa farsi strada ed emendare la barbarie che, stando al vigile pregiudizio della realtà consuetudinaria, non sembra mai esser trascorsa.

 

Neil Novello.

   La tua, nonché un'inclinazione, appare quasi una volontà, una razionale dichiarazione di fiducia per il romanzo storico. E noi, anche per comodità di discorso, guardiamo a Pâris Prassède come a un romanzo storico.

   Così la storia raccontata nella narrazione, poiché vorrei subito fissarne una cognizione, figura la percezione che ne ha Pâris Prassède, quel che della storia emana per riverberarsi nella sua coscienza. Ma questa storia, lo stato di coscienza storica in formazione propria a Pâris Prassède, è l'esito del suo personale Bildungsroman. Esso matura per così dire tra Auguste Blanqui e Karl Marx. Anzi, è la formazione di un uomo colta nello sviluppo politico dal blanquismo al marxismo, colta cioè nel cuore di due diverse cognizioni, esse stesse di genere evolutivo ma appartenenti alla medesima idea: la rivoluzione.

   Ora, la rivoluzione storica, così mi sembra le volte che in Pâris Prassède incontro il concetto di kairòs, è attraversata da una potenza più millenaria, direi da un sentimento latentemente escatologico. Vi è dunque una presenza, un non-so-che che qualifichei come un effetto musiliano da Uomo senza qualità. Penso al «Regno millenario». In che senso, a proposito di Pâris Prassède possiamo parlare sia di un romanzo della rivoluzione storica sia di un romanzo della redenzione ontologica?

 

Giancarlo Micheli.

Con ogni probabilità, il sistema dei punti di vista, ciascuno linguisticamente connotato in armonia con l’insieme, definisce il protagonista in maniera diversa rispetto a quella cui approderebbe un algoritmo deputato al medesimo scopo, aggiunge la speranza di una coerenza e di una completezza ancora non conoscibili, prefigura un’evoluzione spirituale. In questo, dunque, ritengo si possa ravvisare il messianismo di Pâris Prassède, dal momento che indica, nella Storia, enigmi che è possibile sciogliere con le nostre azioni. Pâris Prassède è il vivente che avvera, nelle circostanze concrete delle rotture rivoluzionarie, l’onirica teoria blanquista dell’Éternité par les astres, nella serie dei cui doppi incarna la possibilità sancita dal kairòs. In ciò consiste anche l’aspetto politico, e quindi rivoluzionario, dell’opera. D’altronde, ciò si vedrà meglio nel secondo volume del ciclo, dove verranno narrate le vicissitudini del protagonista e della sua anima gemella, nel torno dei cento giorni di cui fu detto sconvolgessero il mondo. Sarà Il capolavoro di Prassède ad interrogare la nascita e la morte, gli individui e le società, come una carica esploratrice entro il campo di forze dell’apparato editoriale-industriale, come un ulteriore strumento di lotta, un germe di rinascita.

 

Neil Novello.

Leggo la parola "speranza".

   Nel suo celebre Principio Ernst Bloch inventa una litote ideale, il "non-ancora". E inventa quasi una sineciosi totale quando scrive di "utopia concreta". La "speranza" qui richiama più il realizzabile storico che un'escatologia millenarista. Lo sperare non è dunque in rotta di collisione con l'utopia, non guarda, per intenderci, al pessimismo radicale di un Mark Fisher quando in Realismo capitalista cita la derridiana categoria di hauntology esprimendo un'idea di nostalgia, non già del passato ma del futuro, una nostalgia che è mortale perché quel futuro cui brama non c'è più.

   Tu quindi faresti tua una fede anti-fisheriana ma propria di Bloch, perché sembra intenda che la "felicità è là dove tu ancora non sei". Se la "felicità" non riguarda l'orticello voltairiano di Candido ma una realtà comunitaria di pacificazione e liberazione storiche, ciò che lo stesso Bloch, nei dialoghi di Speranza e utopia, nomina come i "sogni degli uomini, degli sfruttati e degli oppressi, degli umiliati e degli offesi", insomma una "vita migliore" dell'uomo sulla terra, ciò vuol dire che il "ciclo" cui fai riferimento, con Il capolavoro di Prassède, dovrebbe esserne la testimonianza letteraria. Poiché nel futuro, come puoi comprendere, siamo da sempre già caduti, e ciò perché il futuro non è ma riflette la nostra vita interiore profonda, a te chiarire cosa sia o si debba intendere per "capolavoro", soprattutto alla luce dell'aspro e complesso Bildungsroman del "nato in schiavitù" di Pâris Prassède.  

 

Giancarlo Micheli.

Cercherò di esser coerente a quanto mi sono riproposto in apertura, cosicché vorrai farmi venia se l'icasticità pregiudichi, in parte, la chiarezza. All'apice, storicamente vincolato, della rivoluzione d'Ottobre, i protagonisti si riapproprieranno dei capolavori dell'arte, facendone gli strumenti per produrne di nuova, in vita ed opere, sottraendoli alle carceri del consumo, economico e simbolico, dove li reclusero le fasi corruttive dell'accumulazione di valore all'interno d'una società i cui processi di disfacimento sarebbero, fin d'ora, sotto gli occhi di tutti, ma lo saranno vieppiù per quanti abbiano animo di avanzare fino al limite delle terre emerse nel Capolavoro di Prassède, al di là del quale il mondo nuovo sarà, forse, alla portata dei sensi e della ragione dei lettori, come accadde a me stesso, in una fredda notte d'inverno, durante la sosta in una stazione ferroviaria deserta, quando completai la lettura del capolavoro di Ernst Bloch nell'eccellente traduzione di Tomaso Cavallo, con pieno beneficio del dubbio, rampollo del vero.

 

Neil Novello.

Non ti domanderò, approdati a questo punto del nostro dialogo, che cos'è la cultura, perché non vorrei inscrivere la questione in un quadro di inseità. E dunque, il "mondo nuovo" del Capolavoro figura storicamente la realizzazione dell'"utopia concreta". In certa maniera, si realizza un mito resistente, si realizza perché è alla portata dell'umanità. E perché è connaturato alla comunità umana, almeno mi sembra, quando essa perviene a una piena consapevolezza culturale. Così ogni progresso può maturare in una parousìa secolare, immanente, se permetti.

   Ecco, quindi, se la conquista dell'avvenire, con la tua cognizione transita da un atto di "riappropriazione", la questione generale non riguarda tanto "che cos'è la cultura?" ma qualcosa con cui le crisi dell'umanità lottano da sempre, una sorta di Sapere aude kantiano, un traguardo che la cultura "fa" quando genera un homo faber, specie se l'attitudine dell'arteficie, nel nostro caso è verificabile almeno quale precondizione ovvero come vera e propria condizione dell'atto rivoluzionario.

 

Giancarlo Micheli.

Un atto di riappropriazione collettiva è la forma del romanzo storico, come credo di averla sperimentata nel ciclo complessivo di Pâris Prassède, il quale, se per me è già alle spalle, sta ancora in larga parte nel futuro in quanto strumento di produzione in senso benjaminiano; interiorizzazione ed espressione dell’alterità attraverso la forma pluridiscorsiva e plurivoca della diegesi. Per auspicare un benefico impiego di tale strumento, e di altri affini, occorre perfezionare la cognizione del dominio di applicazione. Oggi, un residuo di credenza organizza le gerarchie dell’agire associato nell’ambito capitalistico: l’organizzazione delle apparenze, resa sistematica dal potere algoritmico, produce un mutuo affidamento di competenze tra individui e gruppi, secondo le evidenze della divisione del lavoro che ne risulta. Ogni strumento che sia adeguato a recidere tale rete di salvaguardia del potere, che ha messo in filiera, come ad opera d’un riflesso condizionato, i prototipi della propaganda di regime novecentesca, ogni strumento avrebbe bisogno di una precisa e specifica strategia, che ne permetta la diffusione quanto più capillare possibile, un poco come avveniva all’insorgere dell’umanesimo, nella dialettica tra Inquisizione e tecniche di stampa tipografiche, osando saper discernere con miglior visione d’insieme i reali conflitti in gioco. Perché la discussione non si sottragga in astrazione, suggerisco di rivolgerla ad una concisa analisi delle caratteristiche, congruenti a tale trasformazione, che già si trovino nel primo volume del ciclo narrativo.

 

Neil Novello.

Dunque, possediamo un mezzo, il "romanzo storico", dichiariamo di avere più che un'urgenza, cioè la necessità di un antidoto al potere, nondimeno un'urgenza elaborata nel proposito di una "strategia", e pensiamo finalmente all'opportunità di un'"analisi" volta a cogliere, nel quadro della cosiddetta "trasformazione", una sorta di fine superiore, la magica quadratura di un circolo così sfuggente eppure così alla portata del lettore. La parola "analisi" prelude dunque a un'indagine, fa balenare come eventualità del possibile il sabotaggio della machina, o almeno pare di poter ridurre alla dialettica tra la cultura e il potere il nesso di una crisi né di posizionamento né tattica, ma interna proprio a quel "romanzo", a quella letteratura a cui ciascuno di noi segretamente affida una missione evidentemente aperta a inaugurare una nuova comunità umana.

   Vorrei dunque rimettere alla tua parola una considerazione finale circa la dialettica critica tra la cultura e il potere. In altre parole, dopo la verifica dei poteri capire, se così si può dire, quale sia la verifica della letteratura, cioè quale sia la forza del romanzo storico, anzi della storia attraverso il romanzo.

 

Giancarlo Micheli.

Intanto, non sarà più da ascrivere all’occorrenza d’un mero caso, come l’assume il senso comune ed il potere che lo volge agli scopi della dominazione, se ho la libertà di concluderlo esattamente come avevo immaginato di fare durante le pause del nostro dialogo. Sarà, piuttosto, in virtù della tua interlocuzione che tale circostanza sia percepita quale manifestazione del caso oggettivo. Di cosa si tratta? André Breton asserì di poterne avvertire il presagio tramite una sensazione cinestesica che sarebbe stato in grado di collocare propriocettivamente dietro le orecchie, più o meno nella zona dell’apofisi mastoidea. Mettendo in sordina l’aspetto soggettivistico di tali esperienze, allusivo alle funzionalità peculiari a vestigia di facoltà sensitive rimosse dall’evoluzione o prefiguratrici di futuri organi di senso, voglio correlarle all’affioramento, sulla superficie della coscienza, di un potenziale latente, inteso in termini collettivi, di coscienza di specie, dunque. Il tempo impiegato nell’elaborazione di una narrazione intessuta di tali riscontri epifanici è, anche materialmente, tempo da mettere in valore contro quello immolato all’immediatezza dei processi, banalmente dicotomici e sterminatori in ultima istanza, di cui l’artificiosa narrazione di regime detiene il monopolio.


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