giovedì 26 luglio 2018

Storia e umanità

una recensione di Luciano Albanese
a Romanzo per la mano sinistra (Manni, 2017) di Giancarlo Micheli



Romanzo per la mano sinistra (Manni 2017), di Giancarlo Micheli, consta di 102 capitoli per complessive 635 pagine. Si tratta di un lavoro molto accurato e molto impegnativo, che emerge prepotentemente dal panorama letterario più recente. Racconta, attraverso le lettere di Stefan al figlio Bruno, le vicissitudini di una famiglia ebraica, Adele (chiamata alternativamente col diminutivo Ada) Stefan e Bruno, in un periodo che va dall’annessione dell’Austria alla Germania nazista alla fine del ‘secolo breve’. Lo sfondo delle vicende dei protagonisti è costituito da una folta galleria di personaggi storici, che acquistano una solida autonomia compositiva – a tratti persino preponderante – e costituiscono una sorta di romanzo parallelo rispetto al filo principale della narrazione. Sfilano così davanti a noi Hitler, Mussolini, Freud, Concetto Marchesi, Marie Bonaparte, Ciano, Luchino Visconti, Alicata, Valerio Borghese, Mario Capanna, Feltrinelli, Asor Rosa, Pasolini, insieme ad altri personaggi indirettamente collegati alle vicende principali, come ad esempio Enrico Fermi e gli scienziati di Los Alamos. In effetti una buona metà del romanzo è occupata da questa galleria di personaggi, di cui Micheli, grazie ad un paziente lavoro storiografico, ricostruisce, in uno stile ‘tucidideo’, le conversazioni intercorse. Al punto che potrebbe sorgere il dubbio se il vero sfondo dell’opera siano piuttosto le storie di Stefan, Adele e Bruno, che da questa ottica funzionerebbero da elemento di raccordo.
In realtà i due piani del romanzo si intersecano continuamente, perché i personaggi storici in questione sono, più spesso direttamente che indirettamente, la causa prima dell’odissea dei protagonisti, e quindi della loro tragica fine. Anche una ricostruzione sommaria delle loro vicende – che non credo inutile – è in grado di mostrare quanto e fino a che punto essi abbiano dovuto subire l’iniziativa di chi aveva in mano le leve effettive del potere.
Adele, una storica dell’arte, e Stefan, uno psicanalista, vivono e lavorano felicemente a Vienna insieme al neonato Bruno, quando l’annessione dell’Austria alla Germania nazista li costringe a fuggire in Italia, la patria di Adele. Lì tuttavia nuove difficoltà sorgono in seguito alla promulgazione delle leggi razziali. Dopo una inutile supplica allo stesso Mussolini, i due chiedono consiglio sul da farsi sia a Freud, che, vicino alla morte, li indirizza a Parigi, presso la sua allieva Marie Bonaparte, sia a Concetto Marchesi, che li indirizza verso l’Urss, apparente fucina di un futuro migliore. Decidono per la seconda soluzione, e giungono a Leopoli. Lì Stefan viene contattato dall’NKVD, che lo arruola fra i suoi agenti. Dopo il patto Molotov-Ribbentrop e la spartizione della Polonia, i due ritengono più sicuro trasferirsi a Cracovia sotto la protezione della contessa Lanckorońska. Ma Stefan viene intercettato da ufficiali della Wehrmacht che stanno complottando contro Hitler e intendono servirsi di lui come diagnostico della psicopatologia hitleriana (oggetto della sua tesi dottorale). La congiura fallisce sul nascere, e Stefan viene costretto dai congiurati, per mantenere la sua copertura, ad arruolarsi nelle SS come medico psichiatra. Nel frattempo Ada, ritenendo che della scomparsa di Stefan sia responsabile la contessa Lanckorońska, fugge con Bruno e, mezza assiderata, trova rifugio e momentanea pace nel monastero di Bielany. Tuttavia una improvvisa retata delle SS condurrà Adele e Bruno di fronte al Gruppenführer Heydrich, che invaghito di Adele le prometterà salvezza in cambio di amore.
A Parigi Stefan, nella improbabile veste di ufficiale delle SS, fa la conoscenza di Marie Bonaparte che, praticamente prigioniera nella città occupata, promette a Stefan di occuparsi della sorte di Adele e Bruno, di cui Stefan non ha più notizie, in cambio di un permesso di estradizione che le permetta di raggiungere, insieme al marito, il figlio Pierre in Grecia. Tornato in Polonia, Stefan ritrova miracolosamente Adele insieme al Gruppenführer Heydrich in un ritrovo nazista di malaffare. I due riescono a isolarsi, ad amarsi fugacemente dopo tanto tempo, e a progettare una fuga. La fuga riesce, e aggregatisi fortunosamente a una troupe cinematografica tedesca varcano il Brennero e giungono fino a Roma. Lì Stefan, richiesta la cittadinanza italiana per sé e la famiglia, entra in contatto con Galeazzo Ciano, che conoscendo i suoi trascorsi lo nomina prima agente segreto ad Alessandria col compito di spiare i movimenti inglesi (lì avrà interessanti discussioni su Sabbatai Zevi – una figura che gli sembra particolarmente congeniale – col rabbino della città) e successivamente segretario di produzione cinematografica col compito di spiare i cineasti comunisti che lavoravano a Cinecittà. In tale veste Stefan fa la conoscenza di Visconti e Alicata, che lavoravano insieme alla produzione di Ossessione, che uscirà nel 1943. Sorvolo sulle varie e stimolanti digressioni, come il colloquio di Marie Bonaparte col marito, il rapporto di De Chirico con Ciano (che solleva lo spinoso tema del rapporto fra artisti e regime), il colloquio Ciano-Mussolini su Cinecittà (che adombra l’ambivalente rapporto del cinema italiano col fascismo), per passare alla nuova metamorfosi di Stefan come membro della Resistenza insieme ai cineasti che ha conosciuto, ad Amendola, al ritrovato Concetto Marchesi, ecc.
I rapporti col Pci non sono semplici, perché Stefan è insofferente delle direttive che tramite Togliatti arrivano da Mosca. Prende spesso iniziative personali, ed è ossessionato dall’idea di rivedere Adele e Bruno, che erano rimasti a Firenze (anche per via di forti dissapori insorti fra Ada e Stefan). Ma giunto a Firenze non trova più nessuno: Ada si era trasferita a Roma per riprendere i contatti con la madre Ester (con la quale avrà un importante colloquio, di cui parlerò più avanti). Di lì erano partite per Napoli, ritenuta una città più sicura, ma a un posto di blocco tedesco erano state arrestate e spedite in Germania. Nel corso del viaggio avevano attraversato Padova, in tempo perché Stefan, che non le aveva più trovate neanche a Roma, e ora si trovava nella stessa città in compagnia di Marchesi, potesse scorgerle all’interno di un camion militare tedesco e cadere preda della disperazione. La madre di Ada, Ester, troverà subito la morte a Birkenau, mentre il viaggio di Adele e Bruno avrà come meta finale il campo femminile di Ravensbrück. Lì Adele tenterà fino all’ultimo di assicurare la vita a sé e soprattutto a Bruno in una serie di scene strazianti, ma alla fine riuscirà solo a vedere la salvezza di Bruno – dovuta a un intervento di Marie Bonaparte presso la Croce Rossa Internazionale e il Regno di Svezia – mentre viene separata da lui e trascinata verso una morte orribile.
Profondamente preoccupato della sorte di Ada e Bruno, Stefan commette errori su errori. Espulso dalla Resistenza e dal Pci, Stefan, venuto a sapere della prigionia di Adele e Bruno a Ravensbrück grazie a una lettera di Bruno fortunosamente recapitata, cercherà inutilmente di raggiungerli. Ferito gravemente durante uno scontro con la X Mas e imprigionato, viene poi liberato, ma anche denunciato dai suoi ex compagni come agente collaborazionista di Ciano e del regime. Tornato nella nuova cella inizierà a scrivere le missive che, lette da Bruno, costituiranno il tessuto narrativo del romanzo. Morirà rassicurato sulla salvezza di Bruno, ma straziato dalla notizia della morte di Adele.
L’ultima parte del romanzo vede Bruno, ormai grande, iniziare una vita autonoma, ma sulla sua vita sembra gravare l’ombra delle disgrazie famigliari. Conosce una ragazza, Ombretta, che lo mette in contatto col Pci. Iniziano insieme un rapporto di convivenza e un lavoro politico che li vede attraversare il labirinto variegato della sinistra, mentre si snodano gli eventi che vanno dalla rivolta di piazza contro Tambroni al ’68, all’Autunno caldo e ai primi segni della nascita del partito armato. Deluso dalla sinistra ufficiale, e venuto a conoscenza dei particolari della morte della madre, Bruno progetta un attentato contro un dirigente della IG Farben (la ditta che aveva costruito e fornito a Himmler l’impianto con cui Adele e altre donne – selezionate come vittime sacrificali – avevano trovato una morte orribile), che tuttavia fallisce. L’impotenza di fronte alla storia e ai suoi eventi si palesa di nuovo, e a Bruno non resta che affidare alla pagina scritta la memoria del dolore e dell’ingiustizia subita dalla sua famiglia.
Il lavoro di Micheli è stato definito da qualcuno un ‘romanzo storico’. Qui bisogna intendersi. Il romanzo storico ottocentesco nasce in un’epoca in cui si pensava che la storia avesse un senso, uno scopo, una direzione, e che tale direzione fosse sinonimo di progresso sociale o morale, secondo i gusti. Ma l’opera di Micheli è pervasa da un profondo scetticismo a tale riguardo, lo stesso che viene riversato su Ada nel corso dell’importante colloquio romano con la madre Ester (pp. 370-72). Mentre la seconda ha fede, ed è impegnata a costruire, per sé e per la comunità ebraica, il ritorno nella terra dei padri, Ada ha raggiunto l’età della ragione, e non vede più nella storia la manifestazione di un ordine trascendente, ma solo una combinazione fortuita di eventi. Tale visione disincantata si manifesta non solo nella sottile ironia ‘settecentesca’, e a tratti ‘gaddiana’, con cui sono costruiti i dialoghi fra i personaggi del romanzo, ma soprattutto nel sostanziale fallimento dell’impegno e dell’azione politica di Bruno, che costituisce l’alpha e l’omega del romanzo.
Da questo punto di vista il lavoro di Micheli somiglia più al romanzo antico, ad esempio Le Etiopiche di Eliodoro, dove il sottofondo neoplatonico impedisce di dare alle vicende terrene e alla storia il sia pur minimo significato, e dove la salvezza dei protagonisti si deve solo all’irruzione della trascendenza nel mondo sublunare. Non a caso Merkelbach, nel famosissimo Romanzo e misteri, vedeva nel romanzo antico una metafora delle iniziazioni, unica ancora di salvezza individuale concessa al mondo greco-romano. Con la non marginale differenza che nel lavoro di Micheli, l’abbiamo appena visto, ‘Dio è morto’, e quindi tutte le vicende amorose – quella tra Stefan e Adele e quella tra Bruno e Ombretta – finiscono male, avvicinando l’opera di Micheli più al Partenio di Nicea degli Amori infelici che ad Eliodoro.
L’opera che mi sembra più vicina al romanzo di Micheli è il film Vivere! del regista cinese Zhang Yimou, un apologo sulla capacità di sopravvivere alla storia delle persone comuni. Il film, come è noto, racconta le vicende di una famiglia cinese nel corso di innumerevoli cambiamenti politici, dalla caduta dell’Impero a Mao. I protagonisti, il cui imperativo è vivere e sopravvivere, riescono a passare più o meno indenni attraverso il fiume impetuoso degli eventi, dal quale non hanno appreso altro se non che dalla storia è bene guardarsi e proteggersi. Qualcosa del genere accade ai due protagonisti principali del romanzo di Micheli. Penso soprattutto all’episodio in cui Adele e Stefan, che dopo varie peripezie ed ‘effetti ritardanti’ si ritrovano miracolosamente in una specie di bordello nazista, l’una trasformata in prostituta per spirito di sopravvivenza e l’altro in ufficiale medico delle SS. In una delle scene più belle e drammatiche del romanzo i due riescono ad appartarsi nella toilette, e ad amarsi dopo una lunga separazione. Ad una Adele disperata per la situazione in cui si trova, Stefan dice: «dobbiamo vivere, perché finché siamo vivi ci resta una speranza» (p. 255).
Tuttavia quello che separa Micheli da Eliodoro lo separa anche da Zhang Yimou. La tragica fine di Adele ci ricorda che, come Dio, anche la speranza è morta, e l’avvicina alle eroine dei romanzi di Sade, vittime innocenti all’alba di un’epoca senza luce, in cui non già ‘il sonno della ragione’, ma la ragione stessa genera mostri, procurando alle vittime il tormento supplementare – forse il più crudele dei tormenti – della dimostrazione more geometrico, da parte del carnefice, della necessità della loro morte.
In questo mondo di tenebre non porta luce nemmeno il surrogato secolarizzato del sacro, il comunismo (nel romanzo di Micheli i rappresentanti ufficiali della sinistra non fanno una grande figura). Al fallimento dell’impegno politico di Bruno, passato dal PCI alla lotta armata, dopo aver attraversato in successione le innumerevoli frange della costellazione comunista, corrisponde il fallimento politico di Stefan, allontanato dalla Resistenza da quegli stessi comunisti che poi, venuto alla luce il suo passato collaborazionista, lo faranno marcire in galera, dove morirà di dolore dopo aver saputo della tragica fine di Adele. A ciò fanno puntualmente eco tutte le digressioni che vedono comunisti collaborare di fatto col regime, e ex fascisti pronti a rivestire nuovi panni e a servire nuovi padroni. Senza peraltro le giustificazioni di chi, ebreo come Stefan e la sua famiglia, poteva solo scegliere tra collaborare e finire nei forni crematori.
Da questo punto di vista, un altro testo a cui il Romanzo per la mano sinistra può essere avvicinato è La Storia di Elsa Morante. Anche nel romanzo della Morante la storia si manifesta con l’ineluttabilità e la totale arbitrarietà del destino cieco. Privata di uno scopo, come sapeva anche Hegel, la storia è il banco del macellaio o un romanzo di Sade, dove la virtù è derisa e oltraggiata e il vizio premiato. Micheli, come la sua Adele, è troppo onesto per credere alla filosofia della storia, ma troppo combattivo per arrendersi e gettare la spugna. In assenza di uno Scopo finale con la maiuscola, occorre ripiegare su ambizioni più limitate: la feroce ironia che, come un acido che corrode la parola allo scopo di corrodere la cosa, investe i protagonisti ufficiali della storia, è la spia di una capacità di reazione di fronte alla pigrizia mentale, alla menzogna, alla prepotenza e all’infamia che ancora ci circondano da ogni lato. E il messaggio che trapela è: la storia potrà anche travolgerci, ma non abbasseremo mai la testa di fronte ad essa.
Luciano Albanese



Necessità politico-culturale

una nota critica di Antonio Tricomi
a Romanzo per la mano sinistra (Manni, 2017) di Giancarlo Micheli

pubblicata in Literary.it (n. 2, 2018)

Romanzo per la mano sinistra è un interessantissimo esempio di rivisitazione attualizzante di romanzo, al tempo stesso, epico (un'epica in nero, ovviamente: vi si racconta un'apocalisse che è la nostra apocalisse) e saggistico, sorretto da una fortissima motivazione civile che gli dà un indubbio tono di necessità politico-culturale.
Antonio Tricomi

Concorso internazionale di poesia Castello di Duino

È stato pubblicato il bando della XV edizione del Concorso internazionale di poesia Castello di Duino, della cui giuria ho il piacere di far parte

Published the call for the XV edition of International poetry competition Castello di Duino, whose panel of judges I have the pleasure to be a member


Amore è cieco e vede da lontano (1a parte)

un  video dal capitolo “Amore è cieco e vede da lontano” (1a parte)

di Romanzo per la mano sinistra (Manni, 2017) Giancarlo Micheli


Amore è cieco e vede da lontano (2a parte)

un  video dal capitolo “Amore è cieco e vede da lontano” (2a parte)

di Romanzo per la mano sinistra (Manni, 2017) Giancarlo Micheli


Amore è cieco e vede da lontano (3a parte)

un  video dal capitolo “Amore è cieco e vede da lontano” (3a parte)

di Romanzo per la mano sinistra (Manni, 2017) Giancarlo Micheli


L’oscuro di ogni sostanza

una recensione di Giancarlo Micheli
a L’oscuro di ogni sostanza (La Vita Felice, 2017) di Francesco Macciò


Nel vuoto quantistico – dove organico ed inorganico coesistono in interazioni talora pacifiche o distruttive ma sempre esoteriche per oceaniche maggioranze che si estenuano ancora tragicamente in cerca di una coscienza di specie – si compiono, adesso, meraviglie cui pochi stenterebbero a conferire i crismi del prodigio e persino del miracolo. La nostra cultura, quella depositata, nel corso dell’effimera contemporaneità quale capitale fisso, miseria attuale della donna e dell’uomo “nel cui cervello risiede il sapere accumulato dalla società”, trascorre accanto, contiene ed esprime tali misteri con indifferenza o ancestrale tremore, sovente con superstiziosa esaltazione, nei fasti cerimoniali dei concetti mercificati, nella propaganda del regime mediatico, nella prassi perversa nelle cui declinazioni la psicologia dell’individuo è ridotta ad etichetta di un’etica religiosa e nichilista. La poesia è la risposta dialettica a tale scena pietosa, è totalità del conoscibile in un tempo durante il quale l’artificiosa divisione tecnica del sapere istituisce una particolare forma storica di totalitarismo. Così, con andamento che rifulge a tratti di esemplarità, L’oscuro di ogni sostanza (La Vita Felice, Milano, 2017) traguarda, entro la misura di un verso vigile e indicante lo sfondo ritmico di una portante enneasillabica, il residuo interstiziale dell’invisibile ed indicibile, al cui cospetto la lingua d’uso, nonché la letteraria quale di lei riflesso incondizionato, si ritrae alla stessa stregua di una membrana omeostatica; la materia poetica di Francesco Macciò affonda, invece, nella malinconia analogica in cui Jean Starobinski fece consistere la propria superba lettura di Baudelaire al Collège de France nell’anno che precedette lo scioglimento, solo ideologico, del dicotomico equilibrio del terrore al di là della cui soglia l’umanità fu relegata alla sudditanza cognitiva ad un “discorso del padrone” che viene facendosi, di stagione in emergenza climatica, monodimensionale man mano che procede alla virtualizzazione colonialista degli atti espressivi. Yves Bonnefoy, goduta l’opportunità di esser presente in carne ed ossa a quel seminario, ne dedusse una finalità civilizzatrice per la poesia e per la critica che le sia vivente corollario: “Di ciò che eccede il senso fare del senso; ai margini della ragione, tra le scorie e i fuochi, operare la sintesi di una ragione superiore”. In tale mirare al punto morto inferiore dello scibile, oltre della morte individuale ed anche dell’estinzione delle specie o delle conflagrazioni cosmiche, la poesia di Macciò si congeda da se stessa quale strumento, linguaggio funzionale ad una codifica cui segua impersonale esecuzione, si incammina dunque incontro all’umanità, sorprende il poeta mentre rivolge lo sguardo splenico allo specchio e vi ravvisa, nel riflesso della propria pupilla, Dioniso che, fissando sé, vede il mondo. “E non importa se era Eco o finzione,/ se desiderio o visione/ questo doppio indizio del vero” sarà avvertito chi giunga alla conclusione della settima tra le Scene in sequenza, sezione centrale della raccolta ed il cui titolo evoca l’empirismo eretico pasoliniano, intenzionato ad evadere nella “lingua scritta della realtà”. Non sarà stato per caso se, nei medesimi anni del casarsese, un altro “suicidato della società”, ai margini del canone inverificato della poesia italiana novecentesca, prese commiato dalle Muse con una raccolta denominata con consapevole irritualità Romanzi naturali, il cui poema conclusivo chiamò Ghigo vuole fare un film, in pieno presagio del Panopticon che, oggi, c’illude e ci prostra. Pertanto, nella penultima sezione della silloge, laddove vi giunge alle Inferenze, Macciò mostra la “[…] sostanza cieca/ che rimane nella carne,/ nel principio della nostra voce/ come nella brace per un istante/ la forma di ciò che è bruciato”. Ciò non vieta all’Oscuro di ogni sostanza di riemergere dagli abissi che ha sondato, né di tornare a riveder, nel conclusivo Pilgrimage, le doppie luci baudelairiane le quali, ovulando infine in “miroirs jumeaux”, si proiettano in “quella partenza che si compie/ nella durezza mite di un ritorno”.
Giancarlo Micheli