domenica 5 maggio 2019

Casa della Cultura di Milano


registrazione della presentazione di Romanzo per la mano sinistra (Manni, 2017), che si è tenuta martedì 30 aprile alla Casa della Cultura di Milano, con il patrocinio di ANPI provincia di Milano.



Relatori: Tomaso Kemeny, Gabriella Valera, Chiara Catapano e l’Autore.

Letture dal romanzo a cura di Ilaria Pardini e Luigi Scala.



LaFeltrinelli
ibs
inMondadori
Libreriauniversitaria
Amazon
Libraccio
Unilibro
Hoepli
SanPaolostore
Manni editori

Per una poetica liberata

articolo di Giancarlo Micheli pubblicato su
 Il Grandevetro (trimestrale di immagini, politica e cultura)


La Storia, soprattutto a guardarla con occhi vigili e spalancati, quali se ne dischiudono, a guisa di prodigiosi fiori d’innocenza sotto l’erba delle ciglia d’ogni nuova generazione, è una decrepita e macilenta etera, gravida di crimini immani e manifesti, che ammicca sul ciglio delle strade maestre ai prosseneti di una personale sequela di complementari e reconditi. È comune fortuna che il fuoco dell’amore ancora divampi in quest’inferno. Manca ormai un ristretto giro d’orbite, le quali si conteranno sulle dita di due mani a patto che colgano intanto l’una dall’altra una carezza e un graffio, avanti sia trascorso un secolo da quello che i documenti della protratta infanzia capitalistica, fase suprema della preistoria dell’umanità, pongono in breccia alla cosiddetta Grande Depressione. In un solo giorno, il giovedì 29 ottobre del 1929, le cedole di credito che rappresentavano poc’anzi l’equivalente d’una virtuale opulenza e d’uno schizofrenico dispendio, non valsero la carta su cui erano stampate, destino entropico dell’economia pseudo-darwiniana d’una millenaria eredità necrofaga; ne seguirono tali prodigi, in miseria e nequizia, che non se ne uscì altrimenti che con il vile ricorso all’ecatombe della guerra mondiale. Tristemente facile l’analogia con le vicissitudini attuali, sicché se ne debba concludere che quell’apparente uscita indichi ancora adesso l’entrata ad un più profondo abisso. Era trascorso poco più di un mese da quell’epifania contabile del cannibalismo finanziario, che sarebbe andata depositando i propri fetidi crismi sulla vita al pari di quanto accade di nuovo, tant’è che i simulacri predittivi di cui fa appannaggio la scienza borghese vi rivelassero, già allora, l’intima natura di feticci atavici e sanguinolenti, era trascorso forse non invano quel ciclo lunare, quando dalla Librairie José Corti, in rue de Clichy, tra la Gare Saint Lazare e Pigalle, venne licenziato per la stampa quello che sarebbe stato l’ultimo numero de “La Révolution surréaliste”, il dodicesimo dell’intera serie, giunta in quel frangente, fatidico non meno di altri che lo precedettero e lo avrebbero seguito, al quinto anno. Sotto le impronte di sette coppie di labbra femminili che stanno a guisa d’aferesi concreta al Second manifeste du surréalisme, firmato da André Breton a pagina 17 (diciassette, come l’Arcano maggiore delle Stelle), invano l’odierno cultore della materia ricercherebbe un estratto dalla rivista “Annales Médico-psychologiques”, escusso, nella fattispecie, dal secondo tomo dell’ottantasettesima annata dell’organo dei gallici alienisti, il quale venne invece anteposto, in luogo d’epigrafe, all’edizione in volume destinata alle rotative da lì a breve, per i tipi delle Éditions Kra, trai quali fu già disponibile alla fine di marzo del 1930. Breton, alle spalle l’apprendistato clinico alla Salpetrière ed ormai navigato tra i flutti della contesa ideologica, scelse di riportare la petizione che l’insigne psichiatra Paul Abély aveva rivolto, tramite le prestigiose colonne dell’ippocratica testata, a chi di dovere, affinché fossero adottati i provvedimenti acconci a reprimere tutta una seria di aggressioni subite dai colleghi nell’esercizio delle loro funzioni terapeutiche per mano di coloro stessi cui le prodigavano. Il luminare si era spinto ad un atto tanto assertivo da profilarsi alla cognizione personale nei termini d’un civico ardimento in piena regola, laddove, addebitando la causa delle proditorie violenze alle istigazioni contenute in un testo che «circolava liberamente tra le mani di altri alienati», deplorava apertamente la rivista letteraria colpevole di averlo pubblicato, il 25 maggio del 1928: “La Nouvelle Revue Française”, che egli non avrebbe esitato, qualora gli fosse stata concessa la libertà di esprimersi nel linguaggio egemone tra gli italici odierni, a tacciare di “radical chic” o molto peggio. L’esimio professionista, comunque, bruciava le tappe sulla retta via, lungo la quale correva a perdifiato per fare a tempo ad aggiungere l’ultimo respiro ad un coro che pregustava oceanico, dando alla propria delatoria diffida il titolo Légitime défense. D’altronde chi abbia considerato con la debita cura la rapsodica diegesi dell’opera in questione, Nadja, sa che in essa affiora, cristallino nell’ordine della trasparenza, il profilo della musa surrealista κατ’εξοχήν, proprio per non dire “per eccellenza”, colei che, a tutta prova, è necessario proteggere dal discorso subordinato ad una logica tanto anodina da assurgere, nel prossimo avvenire dell’inversione deontologica, quale sarebbe stata praticata, ad esempio, dalla psichiatria nazista – non più guarire, bensì sopprimere le «lebenunwertes Leben», «vite inadatte alla vita» –, fino al nefasto genocidio taylorista. Pertanto, sarà una sorpresa per pochi, sebbene non minore meraviglia per ciascuno, che il Secondo manifesto del surrealismo, proprio nel centenario di una precedente disputa, nota come «battaglia di Hernani», avendo opposto classici e romantici a proposito dell’omonimo dramma di Hugo, rivendicasse l’esistenza di un «certo punto dello spirito da dove la vita e la morte, il reale e l’immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l’incomunicabile, l’alto e il basso cessano di essere percepiti contraddittoriamente» ed al quale aderiva nell’unico modo in cui sarebbe stato ancora possibile scongiurare la catastrofe: «permettere all’immaginazione dell’uomo di prendere su tutte le cose una rivincita eclatante, ed eccoci di nuovo, dopo secoli di domesticazione dello spirito e di folle rassegnazione, a tentare di liberare definitivamente quest’immaginazione attraverso il lungo, immenso, ragionato sregolamento di tutti i sensi ed il resto», la rivoluzione internazionalista, tra l’altro. Perché, come Breton precisava poco oltre, «noi pensiamo di aver fatto sorgere una curiosa possibilità del pensiero, che sarebbe quella della sua messa in comune», per ribadire che in quanto alla «nostra adesione al principio del materialismo storico… non c’è modo di giocare su queste parole. Che essa non dipende che da noi», sebbene in rue Colonel-Fabien i quadri del PCF, persuasi che se si è marxisti non si abbia bisogno di esser nient’altro, lo convocassero per metterlo alla prova e richiedergli un rapporto sulla situazione italiana, sottolineando non avesse ad appoggiarsi altro che su fatti statistici (produzione dell’acciaio etc.) e soprattutto non all’ideologia, proprio mentre il loro piccolo padre sovietico si occupava d’imporre ai gemelli transalpini la reintegrazione nel comitato centrale di quel Nicola Bombacci che sarebbe stato leale scudiero, ma del duce, e fino alla catabasi di Dongo. I partiti comunisti fecero come volle Stalin, cosicché il popolo dalle Alpi alla Sicilia non sia l’unico a patire il fascismo ancora oggi, sotto le nuove spoglie. Se il manifesto del 1929 domandò dunque «l’occultamento profondo ed autentico del surrealismo», ciò avvenne poiché «è all’innocenza, alla collera di alcuni uomini a venire che spetterà di far scaturire dal surrealismo ciò che non può mancare d’essere ancora vivo, di restituirlo, al prezzo d’un assai bel saccheggio, al proprio scopo»; pertanto «l’uomo che s’intimidirebbe a torto dinanzi a qualche mostruoso fallimento storico, è ancora libero di credere alla propria libertà. Egli è maestro a sé stesso, a dispetto delle vecchie nubi che passano e delle forze cieche che seguono di conserva. […] La chiave dell’amore, che il poeta diceva d’aver trovata, anche lui la cerchi bene: ce l’ha. Non sta che a lui elevarsi al di sopra del sentimento passeggero di vivere pericolosamente e di morire. Che egli usi, a dispetto di tutte le proibizioni, l’arma vendicatrice dell’idea contro la bestialità di tutti gli esseri e di tutte le cose e che un giorno, vinto – ma solo se il mondo è mondo – riceva la scarica dei loro tristi fucili come un fuoco a salve».

La miseria del linguaggio

appunti per una critica del linguaggio della miseria


un articolo di Giancarlo Micheli pubblicato su 



Se da nuove prue d’Italia un’effimera diarchia è venuta, or non è guari, proclamando nientemeno che l’«abolizione della povertà», Karl Marx, nella sua critica al socialismo piccolo-borghese di Jean Pierre Proudhon, sostenne che «in una società fondata sulla miseria, i prodotti più miserabili hanno la fatale prerogativa di servire all'uso della maggioranza». Chissà se la semiologia, dopo parecchi decenni dalla propria costituzione nel novero delle discipline scientifiche, sia oggi in grado di misurare, in termini di valore linguistico, di congruenza dell’enunciato al concetto che vi si designa, la distanza che sussiste tra una frase estrapolata da un vetusto testo marxiano del 1847 e le menzogne propagandistiche di un governo votato a smaltire, in virtù di incessanti ossequi ai mandati dell’industria mediatica, la pesante eredità corporativa di una biografia nazionale lungamente introiettata? Qualora un’anima ingenua pensasse di reperire suggestioni o pezze d’appoggio nelle baruffe virtuali che si scatenano quotidianamente sulle reti sociali a seguito di simili estemporanee recrudescenze del genio italico, promosso da residui investimenti informatici alla gloria ecumenica, ella non mancherebbe in effetti d’imbattersi in testi istruttivi: disquisizioni di autori dall’apparente prestigio pubblico, detentori tra gli italici di Streghe e di Campielli, la vacuità dei cui contenuti è compensata da una pletora d’errori etici e grammaticali che non basterebbero a vendicare i contratti a tempo indeterminato di centurie e legioni d’immortali correttori di bozze; esternazioni fuor dai denti di rampanti rampolli del patrio apparato editoriale-industriale o di suoi infimi fiancheggiatori; geremiadi di sedicenti arbitri d’una eleganza perduta eppur da loro stessi assiduamente vilipesa; il tutto agglutinato in tale pleonasmo di sintomi patologici del linguaggio mercificato che sarebbe palese atto di connivenza alla sua morbosa forza di persuasione voler demistificare in virtù d’analisi e induzioni. Mi viene, allora, in mente, quasi fortuita, affine ad una misteriosa benedizione che ci si potrebbe dar da soli, l’idea che le cosiddette fake news garantiscano profitti, ai proprietari delle architetture comunicative in cui s’annidano, grazie al tempo che i comuni utenti (quelli che nell’Atene periclea sarebbero stati detti “idioti”) impiegano a discernerle da eventuali veridiche, giacché, per l’intera durata di quell’intime disamine dalle parvenze indipendenti, essi se ne rimarranno buoni e quieti a dare implicito avallo a chi ritiene mezzo pieno il bicchiere da cui brinda in compagnia di ospiti sceltissimi, festeggiando senza posa una crescente occupazione del tempo-macchina, e stima conveniente addestrare persino i morti di sete e di fame ad assolverne i diuturni incrementi in illusoria concordia, osannante ciascuno un mutuo benessere solipsista. Per ricercare onestamente una risposta, sarà dunque opportuno lasciarsi guidare dalla necessità. Quale miglior occasione di quella offerta dall’aprire un libro a caso? Medito, pertanto, e provo a liberare la mente dai pensieri superflui, come verosimilmente farebbe chi avesse profonda esperienza del daoismo e avesse studiato i trattati di Liezi e di Mengzi. A colpo sicuro vado a raccogliere dallo scaffale le Lettere luterane, pubblicate in un frangente in cui la dittatura del codice capitalista esibiva le proprie foglie di fico democratiche al cospetto di antinomici simulacri, assortiti, non senza reazionaria oscenità, dal Cile di Pinochet alla Grecia dei Colonnelli, dalla Spagna franchista al Brasile dei gorillas. Com’è noto, l’opera si compone di un’introduzione dal titolo I giovani infelici ed una postilla in versi, estratte entrambe, a cura dell’arbitrio filologico dei redattori dell’allora eccellente casa editrice Einaudi, tra gli inediti cui Pier Paolo Pasolini andò lavorando nell’imminenza di venir congedato dalla vita, l’una posposta alla raccolta degli articoli eponimi apparsi dal luglio all’ottobre del 1975 sulle pagine del “Corriere della Sera” e del “Mondo”, l’altra premessa alla serie pubblicata sul settimanale nei mesi immediatamente precedenti ed intitolata ad un ideale ma specifico enunciatario, uno studente liceale napoletano di nome Gennariello, cui poteva allora capitar la sorte di tenere in mano quei fogli e, trovandovisi descritto, provare gratitudine per gli encomi rivolti ai suoi occhi «ridarelli», non sentirsi affatto offeso quando leggesse che sarebbe stato lo stesso «se anziché essere un Gennariello» fosse «una Concettina», essere addirittura lusingato, una volta che arrivasse al passo dove gli si diceva che, quand’anche non fosse «un miracolo», egli era almeno «un’eccezione», dal momento che tanti suoi coetanei erano «schifosi fascisti». È rimarchevole che qua, come più esplicitamente nel testo selezionato in apertura del volume postumo, Pasolini attualizzasse il lemma “fascismo” riferendolo innanzitutto al regime di cui vedeva profilarsi le propaggini, le quali finiscono appena oggi di rivelare, nei tratti essenziali di una fisiognomica priva di soggetto umano, l’abominevole profilo artificiale del totalitarismo mediatico. A guisa d’inattuale Socrate, l’autore di Petrolio aveva agio di diffondersi, a beneficio del fittizio discepolo, in dettagliati discernimenti di quella scienza allora pressoché novissima, specificando che i «“segni” del sistema verbale sono dunque simbolici e convenzionali, mentre i “segni” del sistema cinematografico sono appunto le cose stesse, nella loro materialità e nella loro realtà. Esse divengono, è vero, “segni”, ma sono i “segni”, per così dire viventi, di se stesse. Tutto ciò fa parte di una scienza, la semiologia, che tu, Gennariello, non puoi non conoscere almeno di nome, e nella sua significazione almeno divulgativa, se vuoi seguire i miei discorsi: specie questo sul linguaggio primo delle cose e sulla loro conseguente prevaricazione pedagogica».  Intanto, egli accomunava in una medesima colpa i padri e i figli della sua generazione: aver agito in complicità affinché il linguaggio dei popoli confluisse in quello della classe proprietaria. Colpa tragica e, forse davvero, «la più grave commessa in tutta la storia umana». Quanto preziosa questa rilettura per coloro che insistano a prospettare un risorgimento delle energie le quali, strutturate come un discorso liberatore, la Storia persevera a reprimere e a rimuovere! Nelle tesi, cui l’enunciatore era destinato a mancare da lì a poco, risiede un valore linguistico, durevole nella misura in cui non è tacciabile di perennità, fruttuosamente antonimo rispetto al conformismo che i tecnocrati della scienza borghese delle comunicazioni, fattisi intanto padri a loro volta, hanno disseminato nelle coscienze durante l’ultimo mezzo secolo. Così, dalle parodie insurrezionali di un coro tragico che, bruciate in un unico empito edonista millenarie prerogative democratiche, preferì integrarsi alla protocollare violenza del potere, così hanno infine ricevuto licenza e voce in capitolo gli apprendisti stregoni dell’odierna apocalisse cognitiva, organizzata in dominio assoluto delle apparenze, religione ecumenica di un’universale precarietà, nonché macchina di sterminio della ragione. Nell’inclita e colpevole compagine di codesti catecumeni, si potrebbero citare miriadi di nomi, senza comminar con ciò sufficiente castigo, né arrecar danno maggiore a quello consistente in una succedanea e gratuita promozione pubblicitaria. Sulle spalle viepiù gracili dei Gennarielli d’oggi grava dunque, oltre alla già lamentata impotenza riguardo al linguaggio delle cose, un ben altrimenti sofisticato degrado della produzione segnica. Boicottaggio e sabotaggio dei simboli e delle strutture del «fascismo vecchio e nuovo, cioè dell’effettivo potere capitalistico»: questa è la via aurea da indicare, benché per quanto attiene alle minuzie dell’itinerario si dovrà disporre di supplementare tempo e spazio, procurarselo con ogni mezzo e finanche crearlo dal nulla.

venerdì 2 novembre 2018

Si è uomo soltanto in mezzo ad altri uomini


una recensione di Mimmo Grasso a

Romanzo per la mano sinistra (Manni, 2017) di Giancarlo Micheli

pubblicata in “Tempo d’analisi. Paradigmi junghiani comparati” (Anno VII, n.8, 2018)




Le valutazioni che seguono sono quelle di un lettore che, finalmente, non è capitato in un romanzo in cui si leggono amenità del tipo “si alzò dalla sedia sulla quale stava seduto ed andò ad aprire la porta che stava chiusa” né è un libro destinato a durare un tre mesi, il tempo di far ruotare il magazzino della casa editrice. È, invece, un lavoro che metteremo in bell’ordine nello scaffale, tra Manzoni e Balzac o “La Repubblica” di Platone e il “De umbris idearum” di Bruno. 
Romanzo per la mano sinistra, altresì, per profondità d’analisi - che talvolta provoca apnee nel lettore - si distacca nettamente da altri di argomento analogo al punto da raggiungere l’esemplarità, direi antropologica, dell’umano. I fatti narrati possono, vichianamente, riferirsi a qualsiasi periodo storico, compreso il nostro.  Ad esempio, a Bruno, uno dei protagonisti, càpita da bambino di trasferire nel mondo in cui vive i modelli dell’Iliade, narratagli da una anziana signora che ospita la sua famiglia.
Micheli è agito dal bisogno di verità e la verità, dicono i patafisici, è la più immaginaria delle soluzioni. I due esergo del volume dichiarano, il primo, il bisogno di esprimersi in lingue non ancora conosciute (“non ancora conosciute”, non: “sconosciute”, si sa che esistono ma non si sa dove siano né chi le parlerà); il secondo cita Marx e la sua definizione di libertà come abbandono dei meccanismi di produzione capitalistica. Credo sia evidente che per l’autore le lingue nuove potranno essere parlate da chi riuscirà a liberarsi dalla camicia di forza di relazioni sociali e valori come quelli vissuti nel romanzo e che, in vari modi, ma sempre usando il pretesto della religione, allertano la nostra epoca.
Micheli ci consegna un’opera (intendo il lemma come l’“opus” del muratore) che è un unicum.
Come accade sempre dopo aver finito una lettura, ciascuno cerca i “precedenti”, si compiace di confronti, gioca a “vediamo se è vero”. Io non ho trovato subito modelli per questo romanzo e mi sono scoperto a pensare a Garcìa Marquez per compositio e dispositio degli eventi, sviluppati cinematicamente attraverso storie di storie nel senso che l’autore segue diversi personaggi (quasi li pedina), che qui sono comparse e lì protagonisti. Una metafora abbastanza esplicativa degli intrecci di Micheli potrebbe essere quella delle carte da gioco o di un mandala vivente che, compiuto, dovrà essere distrutto, come è destino dei mandala, dall’atomica. Si potrebbero, cosa che ho fatto, accorpare i momenti che riguardano i personaggi, p.es. Mussolini, e scoprire che la loro sequenza forma, appunto, racconti all’interno del racconto, che il gesto di uno genera conseguenze per la vita di uno sconosciuto.
Il romanzo inizia con i due protagonisti principali mentre visitano la Cappella degli Scrovegni, ciascuno dei cui affreschi può essere una miniatura all’inizio dei capitoli del libro, un momento fotografico rispetto alla cinematica dei fatti narrati. Il passaggio dall’immobilità silente della Cappella al tumultuoso ingresso in medias res del capitolo successivo è un colpo da maestro. 
A lettura ultimata di Romanzo per la mano sinistra, ho registrato una profonda dissonanza cognitiva. Mi sono interrogato sul perché di questo fenomeno e cercherò qui di condividerlo.
Vediamo innanzitutto la trama: Bruno, figlio di Stefan Bauer, ebreo moravo, psichiatra, e di Ada Ascarelli, ebrea napoletana, medita su lettere scritte per lui dal padre. La circostanza che Micheli abbia iniziato il romanzo in occasione della nascita del figlio Ernesto è un’ulteriore - e non secondaria - informazione quasi che l’autore abbia concepito il romanzo come un’eredità spirituale per il figlio. Tali lettere si innestano spesso nella trama narrativa; i coniugi Bauer, costretti a peregrinare attraverso vari luoghi e contesti, finiscono per vivere separati, causa anche un certo donchisciottismo di Stefan, e moriranno entrambi: l’una in un campo di concentramento, l’altro, con destino parallelo, in una prigione. Stefan, brillante combattente e pieno di iniziativa, non muore come un eroe, brillando, sia pure nell’esplosione di una granata, ma con un profilo basso: addetto a mansioni di organizzatore e spia in una casa di produzione cinematografica, scompare, anche come comparsa. Stefan è fondamentalmente anarchico ed idealista, è cooptato come infiltrato ora dai russi ora dai tedeschi ora dai fascisti. Partecipa alla Resistenza e finisce per essere guardato con sospetto da tutte le organizzazioni con le quali ha collaborato allo scopo di far sopravvivere la sua famiglia. Il destinatario delle lettere, Bruno - siamo negli anni ’70 -, impugna la P38 consapevole, tra l’altro, che l’epurazione post-bellica operata dalle potenze orientali ed occidentali è stata solo una questione di facciata e che le dinamiche economiche ed imperialiste che diedero origine alle due guerre mondiali persistono, camuffate, per mantenere inalterato il capitalismo, capace di assumere, per sua natura, tutte le forme mimetiche possibili.  Bruno, in nome di un principio superiore e accogliendo l’eredità epistolare del padre (conoscere la verità) abbandona la lotta armata e, crediamo, sia lui quello il cui destino è “parlare lingue non ancora conosciute”, vale a dire creare nuovi mondi, lontani dai paesaggi dei genitori in cui domina un gelo itterico.
Le lettere, per inciso, stampate in corsivo, rinviano a un genere letterario e a un autore citato alcune volte e che, presumo, Micheli ha amato: Seneca. 
Prima di andare avanti, per dar conto di prospettiva e retrospettiva del romanzo di Micheli, dò una mia testimonianza generata dall’interazione con il libro. 
Mio padre partecipò alla guerra d’Africa e combatté ad El Alamein.  Negli anni ’70, tra me, studente e saltuario frequentatore di gruppi extraparlamentari, e lui, rimasto fascista, i rapporti erano, ovviamente, molto tesi. Negli anni ’80 discutevo con mia moglie di Kennedy, assassinato, come sappiamo, nel 1963. Una cugina ventenne, che assisteva alla discussione, chiese ex abrupto: “Kennedy? Chi era?”. Rimasi basito. Ciò che per me era ieri (venti anni tra la morte di Kennedy e il 1980) per lei non era neanche una nozione scolastica.  Questo episodio mi fece capire mio padre: ciò che io conoscevo solo tramite libri o video, una cosa lontanissima e che non mi riguardava direttamente, per lui era la sua gioventù, passata tra cimici, sabbia, digiuni, gavette sporche e odore di polvere da sparo. Aveva creduto nel fascismo, non so se per fede o per adeguamento (ricordiamo tutti le folle oceaniche che riempivano le piazze) e non se ne distaccava perché per lui la guerra d’Africa era ieri. Per avere una retrospettiva critica avrebbe avuto bisogno di vivere altri cento anni. Parliamo molto dell’era fascista ma dimentichiamo, per fare un altro esempio, che Berlusconi è durato per più di venti anni.
Tutti gli avvenimenti del romanzo di Micheli, dunque, sono avvenuti ieri. E oggi siamo appena ad oggi.
A parte Stefan e Bruno, i personaggi non sono fantasiosi. Ad esempio, la nobile e umanitaria Karolina Lanckoronska, morta a Roma nel 2002. Ada Ascarelli apparteneva alla famiglia del fondatore del “Calcio Napoli”, era laureata in lettere e parlava sei lingue. Anche il marito, Enzo Sereni, era ebreo; entrambi si trasferirono in Israele dove fondarono un kibbuz per aiutare i profughi ebrei a fare ritorno in patria. Suo è il libro “I clandestini del mare” (l’analogia con gli immigrati odierni non è forse casuale). Enzo, come lo Stefan di Romanzo per la mano sinistra, morì per aver voluto partecipare a missioni di guerra contro il nazifascismo.
Per chi non ne sia a conoscenza, informo che il comune di Napoli ha di recente stabilito di dedicare l’attuale Piazzale Tecchio a Giorgio Ascarelli. 
Ma mi accorgo che sto tergiversando. Devo rispondere al me lettore in ordine alle cause della dissonanza di cui parlavo. Perché questo fenomeno? Forse la sua causa è la storia narrata? Il periodo in cui avvengono i fatti? I fatti stessi, tra i quali, di provenienza americana, l’eugenetica massificata? Forse l’atteggiamento ragionieristico degli aguzzini, che Hanna Arendt individuò come quello del diligente burocrate Eichmann? Nessuno dei tre motivi mi sembrano sufficienti a creare quel senso di “straniamento”: in fondo, sono abituato a vedere film e documentari dove le atrocità descritte da Micheli sono rendicontate e non mi sono estranee storie analoghe, anche relative al mondo contemporaneo (p.es. Pappagalli verdi di Gino Strada, mine-giocattolo costruite in Italia).
Ed ecco che la frase di Fichte con la quale ho voluto introdurre queste considerazioni diventa molto ambigua. Il filosofo tedesco intendeva dire che è solo frequentando altri uomini che è possibile sviluppare la propria umanità. Ma, considerando il comportamento umano dalla fondazione di Ebla all’attuale New York, forse è meglio non averci tanto a che fare con gli uomini o, conosciuti, meglio starne lontani.
Mi sono accorto che a mano a mano che andavo avanti (ma spesso ritornando indietro) ponevo in secondo piano la storia e che mi interessavano piuttosto le valenze linguistiche, le particolari costruzioni delle frasi, che mi soffermavo sulle descrizioni di paesaggi i quali, mi accorgevo, grazie allo stile antifrastico di Micheli assumevano subito la funzione di simbolo, plurale perché il gelo polacco non è il gelo tedesco.  Poco sopra ho usato l’espressione “gelo itterico”; l’ho prelevata, senza saperlo, da Micheli. Ecco: la mia dissonanza era dovuta allo stile di questo autore perché per chi si occupa di fatti estetici non è importante ciò che si dice ma come lo si dice.
Innanzitutto il lessico: rutilante, composito, spesso appartato e, improvvisamente, unheimlich (perturbante), che attinge a un armamentario tecnico-retorico di prim’ordine, con neologismi e illuminazioni che appartengono al Micheli poeta. Carattere di questo stile è l’understatement, la minimizzazione degli effetti caleidoscopici del linguaggio usato: nulla viene evidenziato ma cade nel discorso con naturalezza, quasi sottotono, come un rumore di fondo.
Perché, poi, un romanzo per la mano sinistra? Il richiamo a Ravel e Wittgenstein è normale e crea l’equivalenza: “abilità compositive di Ravel e pianistiche di Paul Wittgenstein = abilità di Micheli”. Ma se si ascolta l’esecuzione del concerto tenendo sott’occhio anche la partitura, si noterà che le nuvole di suoni e gli stormi delle note sul pentagramma, la loro disposizione autoreplicante, sono analoghe alle nuvole e agli stormi sia linguistici che situazionali di Micheli.
Ma cerchiamo di cogliere la motivazione profonda del titolo del romanzo.
In un’intervista ad un suo recensore Micheli collega la “mano sinistra” al tantrismo Tantra, come sappiamo, è “trama”, “ordito”. Nel Tantra il sentiero della mano sinistra persegue la perlustrazione ed evoluzione del sé ed è considerato molto pericoloso. Himmler, lupo-alfa delle teorie naziste, era frequentatore ossessivo di tutto ciò che poteva essere riferito alla razza-radice protoindoeuropea e il Tantra è tra questi.  Si ha il sospetto che le mani che massaggiano il suo corpo in un momento del libro appartengano a un maestro di questa disciplina. Destra e sinistra sottintendono, fin da Parmenide e le sue due vie, una modalità polare della mente.
Anche nella cultura ebraica si parla di una via della mano destra e di una della mano sinistra, una dicotomia che rinvia a pratiche di magia bianca e magia nera, le cui radici possono farsi risalire alla Y pitagorica, ben nota a Virgilio, e da lui usata per far scendere Enea negli inferi della memoria e del (non ancora chiamato così) inconscio.
Ora, c’è nel romanzo un passo, un’immagine, un luogo qualsiasi in cui compaiono mano destra e mano sinistra indicanti due diversi mondi, peraltro paralleli, quasi una coincidenza degli opposti?
Si, c’è, e sta proprio all’inizio: sono le mani del Cristo della Cappella degli Scrovegni. Alla destra (nostra sinistra) di Cristo ci sono i santi e i beati, compreso un Giotto-Micheli; a sinistra (nostra destra) sono affrescati, come nello stomaco del Leviatano, il Minosse, i disperati e i dannati. È difficile, a questo punto, non visualizzare il triangolo Cristo-Beati-Dannati deducendo che tutta la storia è nelle mani di Cristo e che lui ne è il demiurgo. Si pongono, qui, anche antiche questioni teologiche. È poi difficile immaginare che alla sinistra del Pantocratore (nostra destra: la specularità è qui importante) non vi sia rappresentata l’Apocalisse: la guerra, l’atomica, la bulimia di vite del nazismo, l’occulto e le sue icone, i suoi vessilli alzati dalle truppe di Himmler e mossi da un vento a 440 hz, la terribile e neurocinetica frequenza usata da Wagner al posto della 432, adiacente all’armonia dell’universo.
La cappella giottesca è il luogo segreto in cui inizia la gestazione del romanzo, una bibbia del secolo breve, i cui episodi funzionano come le storie esemplari affrescate e ne assume il ruolo di ancestre. I proverbi introduttivi di ogni capitolo e che, letti di seguito nell’indice, sono un piccolo “libro dei proverbi”, appaiono come cartigli esplicativi di ogni scena dell’affresco storico, sono le sintesi in forma popolare degli eventi, il modo di pensare di Sancho Panza per il quale il cigno non differisce granché dalla gallina e, anzi, è meno utile di questa.
Romanzo per la mano sinistra agisce all’interno del lettore che è costretto a dialogare con i problemi che pone la lettura costringendolo a porsi la domanda che sempre si è posto e dalla quale è sempre fuggito perché la risposta è pericolosa, proprio come il voler seguire il sentiero della mano sinistra. Proviamoci.
La domanda è “come è potuto succedere tutto questo”?
La prima risposta è che tutto ciò non è successo solo nel ’900 essendo innumerevoli gli episodi e le epoche in cui l’armonia del massacro ha suonato i suoi corni e i suoi tamburi. Lo strano è che tutto ciò è successo in un periodo in cui la tecnica, che qui aprirebbe da sola una discussione, si stava rivolgendo come non mai al proprio apice.
La risposta è “tutto ciò è successo per l’irruzione del sacro”.
Cos’è, allora, il Sacro? Il Sacro non è il “santo”, il “sancito” dopo verifica oggettiva. Il Sacro è l’indifferenziato per la sua polivalenza, per il fatto che non innalza termini di confine ma li abbatte tutti. Il Sacro è furibondo: nemmeno Achille può sfuggirgli. Il Sacro mischia principio razionale di non contraddizione (posso essere fanciullo e barbuto); l’effetto precede la causa e il tempo non ha senso come quello che, avendo senso, si costituisce come storia né avverto quel mutamento dello stato di coscienza che chiamo tempo. Il Sacro è, in sintesi, lo zòon, la vita animale, che afferra nelle sue spire il bìos, la vita intellettiva evolutasi dallo zòon. Ed ecco che, nella dinamica prima-dopo, causa-effetto, ciò che sta a sinistra di Cristo nella Cappella giottesca mi sembra venir prima di quello che sta a destra come, addirittura, fondamento e necessità di Cristo. 
Ma dove avviene precisamente e di solito questa confusione? Nel sogno, il grande schermo dell’inconscio che nasconde le sue regole. Le religioni non difendono il Sacro ma, mediante i templi, i canti, i rituali, si difendono dal Sacro, cercano di impedire il contagio del furibondo e della follia che costituisce l’umano (mentre scrivo queste note lo speaker annunzia una nuova forte tensione tra gli USA e la Russia).  Sarebbe stato interessante se Micheli ci avesse dato una sinossi del libro mai pubblicato dello psichiatra Stefan, “Psicopatologia individuale del nazionalsocialismo”. Ma, poi, ci accorgiamo che questo libro lo stiamo, in effetti, leggendo ed è il Romanzo per la mano sinistra.
Nel Sacro, dicevamo, tutto è confuso per cui l’uomo difendendosi dalla confusione si difende da sé stesso alzando templi o zone franche che non devono essere violati se  non  dagli  iniziati, per impedire  al suo Sacro di uscir fuori dalle porte, creando uno spazio antistante al tempio, “pro-fano”.
Abbiamo, oltre al sogno, esperienza quotidiana del Sacro? Certamente: i bambini come Bruno, cioè i soggetti più vicini alla natura rerum, quelli che organizzano e distruggono continuamente il principio di non contraddizione e di causa ed effetto (gli elementi costitutivi della ragione che ci consentono di intenderci l’un l’altro); o il poeta, puer aeternus che ha scelto come area della propria espressività il terreno di gioco del Sacro ma che ha la capacità di rientrare nei margini che ha dilatato per vedere che c’è oltre il senso comune. Il Sacro è pulsione di morte, istinto che fu osservato da Sabrina Spielrein e che, al solo violarlo, o anche solo pensare di violarlo, pretende l’espiazione fisica.  L’armonia di sfaceli è precisamente quella del Sacro.
Le cose che sto cercando di chiarirmi, spesso togliendomi gli occhiali e facendo riposare il libro sulle ginocchia, sono tutte intercettate da Micheli nell’intrecciarsi dei punti di vista di quasi tutti i protagonisti del ’900 e secondo i criteri delle varie discipline da loro praticate o delle azioni compiute o che intuiamo compiranno.
Come e quando è avvenuta questa irruzione? Come mai Himmler si riduce a convocare due veggenti prigioniere in un campo di concentramento allo scopo di assumere informazioni sulle località dove il Duce è tenuto nascosto e la cui morte sarà ritualmente sacrale?
Qualcosa era già nell’aria al tempo di Hölderlin, il folle, quando dice che sono scomparsi gli antichi dei e non si sa quando verranno i nuovi, se verranno. Il folle Nietzsche ha voluto guardare il fondo dell’abisso e ne è stato riguardato come da una Medusa; Madame Blavatsky, che influenzò anche Yeats per il tramite della di lui  moglie, gira per il mondo (soprattutto oriente) e fonda nel 1875 la Società  Teosofica; nel 1899 Freud pubblica L’interpretazione dei sogni; Gurdjev a inizio secolo  suscita un intenso interesse ed ha molti discepoli; è del 1924 il manifesto del surrealismo (o, ambiguamente, surrealista), il suo tentativo di sintetizzare  Marx e Freud. Crowley imperversa in tutti gli ambienti colti e si incontra con Pessoa, affascinato e incuriosito dall’occulto; il primo studio di Jung riguarda il paranormale. Le scosse sismiche si fanno più intense in Occidente dopo la rivoluzione del 1917, quasi una reazione dialettica e fisiologica all’ateismo dei sovietici. Il nazismo accoglie dal profondo i movimenti che, in parte, e solo in parte, abbiamo citato e dichiara che dio non è morto, che si è incarnato, che l’uomo è dio, è al di là del bene e del male, dispone a suo piacimento del potere come dio e parla tedesco. 
Il lavoro di documentazione da parte di Micheli è quantomeno cospicuo e deve essere durato anni. Lo scr-scr della penna sul foglio o il ticchettìo della tastiera del Pc devono essergli sembrati insopportabili e a metà del libro ha avvertito il bisogno di un “tu”, di qualcuno con il quale condividere il vero e il fatto; questo qualcuno è il lettore, cui l’autore si rivolgerà sempre più spesso.
Romanzo per la mano sinistra ci regala informazioni che non avevamo e invita a un focus su molti aspetti del secolo breve. Ho spesso dovuto approfondire queste informazioni e, per quanto mi riguarda, quella che più mi ha colpito è stato scoprire, rinfrescandomi la memoria su Alicata, che sapevo essere denigratore di Rocco Scotellaro, poeta da me amatissimo, che in questo ostracizzare il poeta lucano era in compagnia di Giorgio Napolitano. Credo che questo possa essere un esempio di partecipazione attiva alla lettura, in simbiosi con l’autore.
Il linguaggio usato è tipico degli anni in questione, non alieno da ghirigori barocchi, spinte e controspinte, dai salamelecchi del galateo delle classi egemoni, la sua retorica.
Ma le doti di Micheli si riscontrano anche nei dettagli: p.es., nel modo locutorio di un tassista romano, la cui parlata è resa ortograficamente in modo impeccabile o nel dialetto, un napoletano dell’entroterra, di un operaio e attivista comunista il cui nome, Genoino, richiama necessariamente quello dell’ispiratore di Masaniello.
Quando ho finito la lettura, superata la dissonanza, ho pensato a un altro libro, La tragedia in corpo, dell’antropologa Letizia Bindi, allieva di Lombardi-Satriani, perché lo zòon del capro, espiatorio, i Bauer o chi per loro, è richiamato alla presenza dalla percussione della mano sinistra sulla pelle caprina del tamburo, che è alla base del ritmo e della coreutica tragica, quando il ghenos del ‘900 è entrato anche nel mio sangue e il cui miasma mi ha contagiato.
Penso adesso di nuovo alla Cappella degli Scrovegni. Che strano, non ci avevo fatto caso: l’opera si chiama “Il Giudizio Universale”. Una premonizione dell’atomica?  Prendo una monografia su Giotto e sosto a lungo su Minosse. Mi sembra mi guardi minaccioso, come a dire “verrà anche il tuo turno”; ma so che il mio turno è venuto molte volte, che siamo io i bambini lapidati, la ragazza che a Gaza salva dalle rovine un libro, Caravaggio che scrive il proprio nome nel sangue del Battista. Il libro di Micheli adesso è come la piramide di Tempo dei dejà vu di Remo Bodei.
Ritorno istintivamente a guardare l’affresco degli inferi e ho il sospetto che anche questo mio tornare alla parte sinistra sia una conferma inconscia che il Sacro attrae più del santo e più del santo mi rappresenta.
Sulla copertina del romanzo, un altro affresco - lo si capisce dalle crepe nella pittura. L’artista, Giancarlo Greco ha dipinto la scena che non c’è nella cappella degli Scrovegni: uno dei mostri antropomorfi, come quelli effigiati nella glittica delle cattedrali gotiche, forse un Troll o un Quasimodo, comunque un dèmone, ha appena appeso ad un uncino la carcassa di Prometeo.
Ho l’esigenza di uscire fuori, sul balcone: mi manca l’aria. Procida, Ischia, la doppia stella Diana e un vaporetto che naviga come un giocattolo con le luci accese.
Sulla spiaggia camminano due ombre. Dall’andatura capisco che si tratta di un giovane e di un anziano e, dalla direzione, che si recano a Cuma. “Stanno andando anche loro a interrogare l’oracolo?”, mi chiedo. Il giovane parla al vecchio in modo concitato, come per farsi una ragione di qualcosa. Il vecchio ascolta con la testa bassa, attento (credo) a mettere i piedi sulle impronte millenarie di altri. In mezzo alle posidonie, tartarughe con occhi fosforescenti vengono da un chissà quando sulla sabbia a deporre le uova del taciuto. Un vento cimmerio toglie gli accenti alle parole di quei due. Domani andrò sulla rena a raccoglierli. Il giovane è certamente Stefan, non ho dubbi. L’altro alza indolentemente lo sguardo verso Ecate lunare. Ho capito, è Eschilo: mi rimbomba nel labirinto auricolare la domanda che farà alla pitonessa: “Che c’è di bene? Che c’è privo di male?”.

                                                                        Mimmo Grasso




ibs
inMondadori
LaFeltrinelli
Amazon
Libreriauniversitaria
Unilibro
Libraccio
Manni

Paesaggi della cultura e trasmigrazione degli sguardi


intrecci tra necessità rituale e libertà creatrice nell’arte dell’estremo Oriente



un articolo di Giancarlo Micheli

pubblicato in "Sulla letteratura (On literature)" (Ottobre 2018)





La legge morale nella pelle del serpente



Qualcosa dissolve, a ritroso, nelle profondità della storia, si disfa in fondo ad uno sguardo che, nel tentativo di fissarsi ad un oggetto remoto, finisce per confonderne i contorni al nebbioso paesaggio che, poco fa, quando lo sguardo si levava appena e desideroso di sensibile corrispondenza, lo delimitava ancora entro una forma nitida e tersa. […]



per leggere l’intero articolo fai clic qua (free)

Carta Vetrata_gennaio 2017


un’intervista a proposito di Romanzo per la mano sinistra (Manni, 2017)

per la trasmissione “Carta vetrata” di Radio Città Futura

a cura di Alberto Gaffi e Flaminia Naro

per ascoltare l'intervista fai cli qua (free)

Riviste Realtà


una rassegna, a cadenza mensile, durante la quale sono stati presentati la storia e i programmi editoriali di alcune testate culturali

Venerdì 17 novembre (ore 18) 2017
presso la Biblioteca G. Marconi (Sala Tobino, P.za Mazzini, Viareggio)

"Il Ponte - rivista di economia politica e cultura fondata da Piero Calamandrei"




sono intervenuti

Marcello Rossi, direttore della rivista
Lanfranco Binni
e Giancarlo Micheli



il video dell’evento si può vedere a questo link (free)