domenica 13 novembre 2022

Il tempo opportuno

una recensione di Christophe Mileschi – Université Paris-Nanterre

La grazia sufficiente (Campanotto, 2010) di Giancarlo Micheli

pubblicata su Literary (n.11/2022)


Ho letto quest'estate La grazia sufficiente (Campanotto, 2010) di Giancarlo Micheli, nelle pause di un viaggio in moto con la mia compagna nel sud ovest della Francia e poi nel nord della Spagna. Forse è stato un errore leggere questo romanzo in un periodo di costanti spostamenti e vibrazioni meccaniche. O forse no. Un errore, forse, perché la scrittura dell’Autore richiede molta attenzione, molta presenza attiva in chi legge, scrittura concentrata, prodotta, lo si avverte ad ogni frase, con estrema concentrazione, e che esige dal lettore altrettanto impegno: perciò, leggere un pezzo un giorno, far centinaia di chilometri, visitare, discutere d'altro, e poi riprendere la lettura aveva qualcosa di frastornante; forse, dico forse, La grazia sufficiente andava letta in un momento di pace esteriore e interiore (ma questa seconda forma di pace mi è spesso difficile, per motivi “soggettivi”, legati a chi sono, all'irrequietezza che mi tiene in pugno; e la prima mi è difficile quasi sempre,  per motivi “oggettivi”, ma che credo derivino in parte dai precedenti: ho sempre fatto sì da essere iperimpegnato, iperattivo).

Ma forse invece non è stato un errore, proprio per il contrasto tra l'agitazione di quel viaggio e la calma che pervade e emana da La grazia sufficiente. Dico calma: non so se sia la parola giusta, ma non sono riuscito a trovarne altre più soddisfacenti per designare lo “spazio” in cui si svolgono le avventure narrate. La grazia sufficiente apre, fonda, inventa uno spazio, uno stato, una realtà come out of the word. Presenta i personaggi e i fatti in una luce d’oltremondo, come se narrasse non tanto i fatti e i personaggi quanto le quinte insondabili ed estemporanee del loro agire.

Mi ritrovo pienamente in certe cose che scrive Stefano Busellato riguardo al Micheli romanziere: è vero, assolutamente vero, che il primo contatto con la sua scrittura è difficile, ostico quasi: impossibile per il lettore entrarci senza farci caso, con disinvoltura: il lettore deve invece darsi da fare, prendersi per mano, durare lo sforzo di intendere. Accettare (e ricordarsi) che leggere non è come sentire una canzonetta, ma è un vero lavoro. Ed è vero anche che, superata la prova, adottato il suo ritmo, addomesticata la sua atipica prosodia, introiettato il suo “stile” (nei tanti significati del termine), leggere un testo di Micheli è un'esperienza inconfondibile. Una volta “entrato” dentro, ogni volta che riaprivo il libro, mi trovavo subito riassorbito in quella atmosfera rarefatta, essenziale, quintessenziale, in un qualcosa che a che fare col mito (ho pensato spesso a Pavese, non so bene perché, dal momento che la scrittura di Micheli è lontana assai della sua; ma ho visto che viene nominato anche in altre recensioni).

Leggerò altri lavori di Micheli, per primo probabilmente Elegia provinciale, il suo esordio. Ormai ho capito che la sua non è letteratura d’intrattenimento… Aspetterò il tempo opportuno.

Christophe Mileschi


Diario del risveglio dall'incubo della Storia

un podcast creato da Giancarlo Micheli per la webradio Radiopoderosa

per ascoltare i vari episodi, fai clic sui link sottostanti:

Dario del risveglio1

Dario del risveglio2

Dario del risveglio3

Dario del risveglio4

Dario del risveglio5

Dario del risveglio6

Dario del risveglio7

Dario del risveglio8

Dario del risveglio9

Diario del risveglio10

lunedì 8 novembre 2021

Storia e narrazione

 un articolo di Giancarlo Micheli

pubblicato su Il Ponte – rivista di politica economia e cultura fondata da Piero Calamandrei (Anno LXXVII, n.3, maggio-giugno 2021)


Allorché il capitalismo francese magnificava sé stesso nei panni della Terza Repubblica, durante un’Esposizione Universale agli Champs de Mars che vide erigersi, al di sopra delle anse della Senna, una ferrea cuspide tale da umiliare la pristina gloria, liberale ed imperiale, cui Napoléon le petit, ventidue anni avanti, nell’imminenza di quella che un romanzo di Zola avrebbe tramandata come la Débâcle[1],  s’era prematuramente acconciato, proprio allora, l’Europa intera venne investita da una pandemia influenzale, detta ‘russa’. Lo sviluppo ancora incompleto del sistema produttivo e commerciale consentì nondimeno, per la prima volta negli annali della nosologia, che l’agente virale facesse registrare una diffusione su scala planetaria, nelle Americhe, in Africa e, ovviamente, in Asia, dove il focolaio d’origine pare venisse individuato nell’emirato di Bukhara, attuale Uzbekistan, allora protettorato dell’Impero zarista. Luminari della siero-archeologia, oggi, ipotizzano il ceppo genetico del morbo fosse progenitore di quello che, nel corso della successiva mattanza taylorista, avrebbe moltiplicato per un fattore pari a sei, stando ad alcuni epidemiologi, il numero delle vittime mietute sui teatri di combattimento. L’immunità acquisita in conseguenza all’imperversare di quella prima ondata di contagi, spiegherebbe dunque la virulenza relativamente inferiore con cui la cosiddetta febbre spagnola colpì la popolazione che, giovandosi pure di questo inatteso espediente, nelle condizioni storicamente determinate del ritorno dal fronte, portò a compimento la Rivoluzione d’Ottobre. Estinto in tal modo, a scanso d’equivoci, il debito nei confronti dell’ideologia in vigore, che impone ogni giudizio sia vagliato attraverso i prismi dell’urgenza sanitaria, una volta versato persino l’obolo d’un accenno al fatto che quel nocivo germe patogeno di oltre un secolo fa sarebbe uno dei sette Coronavirus conosciuti, in compagine equinumerabile ai sigilli dell’Apocalisse giovannea, limitiamoci a constatare come in quel medesimo anno 1889, protetto dal romitaggio di Jàsnaja Poljana, Lev Nikolaevič Tolstoj abbozzò un racconto al quale, dopo averlo riposto in un cassetto per vent’anni, rimise mano solo in quello immediatamente precedente alla dipartita e che sarebbe andato postumo alle stampe nel successivo, con il titolo di D’javol[2], Il Diavolo.

Evgenij Irtenev è un piccolo proprietario terriero d’un imprecisato distretto imperiale, nel tempo in cui ebbe tutte le carte in regola per reclamare una carica eminente nello zemstvo, l’istituto amministrativo eletto localmente su base censitaria in seguito alla riforma di Alessandro II, il sovrano che sarebbe poi caduto ad opera d’un agguato terroristico di Narodnaja Volja. Il racconto breve, in ottemperanza a quanto, nella prospettiva formalistica dell’umanesimo democratico, sarebbe parso a Thomas Mann il tratto distintivo dello specifico genere novellistico, si concentra su un unico elemento, l’ingenuo disagio della civiltà di cui il protagonista pagherà, all’epilogo, lo scotto, nella prima variante del finale optando per il suicidio, perseguitato dal senso di colpa nei confronti della giovane sposa, nella seconda risolvendosi invece a sciogliere il dilemma tramite l’assassinio della procace contadina la quale aveva diabolicamente risvegliato in lui il tragico istinto della concupiscenza. Quello che, esposto in estrema sintesi, potrebbe risultare un tema anacronistico, conserva al contrario intatto, ancora oggi, l’intrinseco valore artistico, poiché quel richiamo, che attrae irresistibilmente Evgenij e, senza che egli sappia spiegare come, lo sospinge infine all’umano fallimento, tale ineffabile seduzione esprime, mercé il vissuto del personaggio e fin dentro al cuore della morbosa soggettività di lui, l’intimo intreccio delle forze sociali operanti nella Storia, dà accesso alla comprensione del lento ma inesorabile estinguersi d’una classe cui, superate ormai le colonne d’Ercole delle fasi imperialistiche sulle quali già Lenin fu in grado di far chiarezza, le forme del vigente solipsismo delle coscienze concedono un’esistenza succedanea, non scevra di analogie con quella delle anime nell’Ade classico, nonché una sussidiaria eternità, in breccia alle cronache più viete e quotidiane. Questa particolare fatica tolstojana, tra l’altro, ben si attaglia ad esemplare un caso di transizione tra i due generi, rilevato dal grande storico marxista della letteratura György Lukács, dal momento che, nell’ottica del materialismo dialettico, «a fondamento d’una elaborazione formale specifica, di un genere letterario, deve trovarsi una specifica verità della vita»[3] e, mentre il romanzo mira ad offrirne un quadro generale attraverso la “totalità degli oggetti” culturali e materiali, propri di un certo periodo storico, la novella rimane esente da una simile pretesa.

Com’è noto, secondo Lukács, il tradimento degli ideali rivoluzionari d’opposizione al dissolvente sistema feudale, che la classe borghese consumò nella prima metà dell’Ottocento, fino allo spartiacque del 1848, in concomitanza all’emergere minaccioso del movimento internazionalista dei lavoratori, si riflesse nella morfologia delle opere letterarie, nella fattispecie nel romanzo storico, in modo che «i personaggi vengono isolati dalle vere forze motrici della loro epoca, e le loro azioni, divenute perciò incomprensibili, sono elevate, proprio in virtù di questa loro incomprensibilità, a una magnificenza decorativa»[4]. Così come l’astrattezza morale e la fede nella ragione che potevano desumersi dall’opera d’un Fielding o d’uno Smollett, una volta compiutasi la rottura rivoluzionaria di fine Settecento, ebbero evoluzione nel senso di un approfondirsi del sentimento storico, in conseguenza del quale Walter Scott espresse, nella propria, la consapevolezza che «la reale comprensione dei problemi della società moderna può nascere solo dalla comprensione della storia precedente, della genesi storica di questa società»[5], per converso, dopo il riflusso di classe in sostegno all’imperialismo del sistema liberale, la cognizione dei reali fenomeni storici tornò ad inaridirsi, cosicché nei migliori esponenti della patria umanistica il tema storico si affermò quale rifugio nei riguardi d’un presente disprezzabile ed indegno di compianto; presto, una visione impressionista e soggettivista si concentrò sulle atrocità e le brutalità dei protagonisti, le quali divennero «i succedanei della grandezza storica reale andata perduta»[6].

Il filosofo e storico della letteratura il quale, già quindici anni avanti, aveva raccolto i frutti teorici del lavoro politico durante la breve esperienza sovietica sulle rive del Danubio (1919), componendo quel testo miliare del pensiero marxista novecentesco che fu Storia e coscienza di classe, dove pose nei termini dialettici il rapporto tra l’iniziativa soggettiva delle masse e delle loro avanguardie politiche rispetto al processo oggettivo delle forze socio-economiche, sarebbe venuto poi ad indagare il processo generale della decadenza borghese e ad illuminarlo, al punto morto inferiore della Endlösung, nel mirabile La distruzione della ragione, in cui tracciò le direttrici ideologiche mediante le quali la cultura guglielmina attinse la putrefazione totalitaria del nazismo; vicissitudini imponderabili ne distanziarono la pubblicazione in lingua tedesca da quella del trattato sul romanzo storico di tre anni appena, benché la stesura del tetragono tomo filosofico avesse richiesto un tempo almeno sei volte superiore; entrambe avvennero sotto l’etichetta della Aufbau Verlag, la quale nel Secondo dopoguerra diventò rapidamente la più prestigiosa casa editrice della Repubblica democratica tedesca. È curioso constatare il fatto che il quarantennio di dominio stalinista e poststalinista sui Länder orientali venga canonizzato, nelle odierne forme della memoria, quale eponimo di regime fondato sullo spionaggio e la delazione sociale, in modo che venga proiettata, a ben porre attenzione, la prospettiva ideologica dell’attuale sistema di controllo in corso di globalizzazione su quegli obsoleti esperimenti, al confronto del tutto pionieristici. Qualora tornassimo però alla Distruzione della ragione, rinverremmo di ciò le plausibili cause, là dove, ad esempio, il budapestiano vi esamina le dottrine di Kierkegaard e di Heidegger:

 

Anche per Kierkegaard le categorie della perduta vita dell’individualità isolata (del filisteo), come l’angoscia, la pena, il sentimento di colpa, la risolutezza e via dicendo, sono le categorie «esistenziali» della realtà «vera». Ma mentre Kierkegaard, grazie ai residui di una filosofia teologica della storia, che stabilisce in lui, per Dio, una storia reale, è in condizione di negare radicalmente la storicità per l’uomo singolo che cerca la salvezza dell’anima, Heidegger è costretto a mascherare questa esistenza priva di storicità come la «vera» storia, per avere un contraltare alla negazione della storia reale come storia «impropria». Anche in questa diversità il contenuto storico-sociale è l’elemento decisivo. Kierkegaard, che ripudiava dal punto di vista filosofico il progresso borghese-democratico, poteva ancora vedere dinanzi a sé una via per ritornare al mondo feudale della religione; ancorché, come abbiamo mostrato, in lui questa concezione mettesse già capo a una dissoluzione borghese decadente. Heidegger, che opera al tempo della crisi del capitalismo monopolistico e nella vicinanza di uno Stato socialista sempre più forte e allettante, poteva sfuggire alle conseguenze del periodo della crisi solo degradando la storia reale a storia inautentica e riconoscendo come storia autentica solo un processo psicologico che attraverso la cura, la disperazione etc. distoglie gli uomini dall’agire sociale e dalle decisioni sociali, e li fissa al tempo stesso in una disperata condizione interiore di disorientamento e di confusione, tale da favorire al massimo la conversione all’attivismo hitleriano[7].

 

Se, nel corso del contingente delirio di protocolli medico-scientifici e correlative applicazioni legislative, mentre la libertà si riproduce, entro le bolle mediatiche, in misura proporzionale a quella che serve ai monopoli farmaceutici per mettere profitti a preventivo, se l’elemento senza qualità della forza lavoro – e con che costernato stupore, sempre più spesso, si è costretti a constatare quanto fittizia, talora ingannevole, sia la qualità che il vigente sistema di produzione conferisce alle proprie vive componenti! – può reputare le eventuali alternative imperialiste ancor meno «allettanti» di quanto, in effetti, il comunismo in un solo Paese apparisse ai suoi genitori o nonni, cionondimeno l’angoscia ed il sentimento d’impotenza, misurati dal suo recente vissuto pressoché ovunque, fanno sì che il diminuito individuo affliggerebbe sé stesso d’una pena soprannumeraria, laddove volesse negare ogni ragione agli argomenti esposti da Lukács alla metà del secolo scorso. Quando questi vergava i primi appunti del magnum opus, d’altronde, un reduce delle lotte per la creazione delle Repubbliche consiliari nella Germania dopo Compiègne ed oltre Weimar, un tale Karl Korsch, oggi ai più ignoto, era intanto venuto ad implementare le tesi di Storia e coscienza di classe: incaricato dai curatori della collana “Modern Sociologists” della londinese Chapman&Hall, che avrebbe incluso testi su Pareto, Vleben, Comte ed altri, di occuparsi della redazione di un volume dedicato a Marx, egli vi ribadì il concetto della irriducibilità epistemologica del materialismo dialettico alla sociologia borghese, già centrale nell’opera giovanile Marxismus und Philosophie, quasi coeva della lukacsiana. Nel testo, al quale apportò stratificate rettifiche durante l’esilio cui l’ascesa del Partito nazionalsocialista lo costrinse, in Francia, Danimarca e negli Stati Uniti, Korsch attinse passaggi d’una certa limpidezza, come quello in cui afferma:

 

Invece di derivare le esigenze del socialismo e del comunismo idealisticamente e utopisticamente dalle leggi dell’economia borghese, Marx e Engels hanno espresso il riconoscimento materialistico che «secondo le leggi dell’economia borghese, la maggior parte del prodotto non appartiene ai lavoratori che l’hanno creato».

Non si deve perciò, per rimuovere questa condizione, interpretare l’economia diversamente, ma produrre, per mezzo di un mutamento reale della società, una condizione in cui queste leggi dell’economia borghese cessino di valere e così anche la scienza borghese dell’economia divenga priva di oggetto[8].

 

Alla luce di ciò, il presente, caratterizzato dal trionfo di quello che, illo tempore, sarebbe stato possibile designare come menscevismo, così da evocare agevolmente nelle coscienze il voto dei crediti di guerra da parte della SPD del Kautsky, la Burgfrieden, la civil truce o l’union sacrée, assicurate dalle compagini parlamentari socialiste ai rispettivi imperialismi, addirittura la repressione armata contro i consigli dei lavoratori, eseguita dall’esercito tedesco per ordine del primo cancelliere di Weimar, il socialdemocratico Friedrich Ebert, senza alcun timore di lasciare, in tal modo, gli enunciatari a labbra spalancate, esterrefatti come dinanzi all’apparizione d’un catoblepa, d’una chimera o di chissà che diavolo di fantastico essere immaginario, trionfo irrecusabile ed in odore di perennità, sia pur condizionato al precario connubio d’una credulità dogmatica e d’una corrispondente ipocrisia, e solo a patto di confondersi mimeticamente con l’ombra di sé stesso, ossia con l’irrazionalismo narrativo dei monopoli che allestiscono, di giorno in giorno, la società dello spettacolo e, sempre più saldamente, detengono l’ordine nell’organizzazione delle apparenze, tale presente che, come anticipato in apertura, ha quasi innumerabili punti di contatto con un averno virgiliano su cui vengano cosparse, dietro compensi d’ora in ora più miserabili, opportune dosi d’oblio quotidiano ed incessanti compulsioni, esige, più d’ogni altro che l’abbia preceduto, il racconto capace di immunizzare la specie tramite la consapevolezza che «la reale comprensione dei problemi della società moderna può nascere solo dalla comprensione della storia precedente, della genesi storica di questa società», dove si mostri che proprio quell’esistenza che l’ideologia borghese vorrebbe eternare in una psicologica mitizzazione, passibile d’un tormento virtualmente senza fine, altro non sia che il residuo di coscienza, la punta dell’iceberg inconscio delle forze sociali storicamente determinate. A tale scopo, non è affatto propedeutica la trasgressione della norma che il budapestiano rilevò, quale principio d’invarianza inerente allo specifico genere letterario del romanzo storico, vale a dire che, laddove «il rapporto tra individuo e popolo nell’età degli eroi esigono che nell’epos la figura più importante abbia una posizione centrale, nel romanzo storico invece viene ad essere di necessità soltanto una figura di contorno»[9]; sarà altresì propizio imbattersi in protagonisti nei quali si sommi, in progressione geometrica, la qualità umana degli oppressi, i quali, nel corso di cupi e brutali millenni, dovettero dar prova di compassione ed altruismo senza lasciare una discendenza in cui dar seguito di consanguineità alle proprie giovevoli propensioni, né ebbero occasione di assurgere all’esemplare visibilità che basti a suscitare emulazione, cosicché alle anime superstiti nel triste limbo della contemporaneità sia reso un corpo, generato dal seme fecondo dell’umanità non ancora divenuta.

Eppure, non è affatto da escludere che tale racconto esista già adesso, mentre ne scriviamo, cosicché non sia tanto urgente riconfigurare le basi della teoria letteraria, quanto piuttosto procurare un mutamento reale della produzione editoriale, tale da privare del proprio oggetto e della relativa forza di persuasione l’ideologia in vigore, tale da sostituire alle tartaree prospettive da essa imposte l’apertura verso la vivente evoluzione storica della specie.

Giancarlo Micheli



[1] Émile Zola, La Débâcle, Charpentier et Fasquelle, Paris, 1892. Penultimo romanzo della serie dei Rougon Maquart, dov’è narrata la vicenda di due compagni d’armi nella disfatta di Sedan, poi avversari sulle barricate della Comune.

[2] Lev Nikolàevič Tolstoj, D’javol, in Posmertnye chudožestvennye proizvedenija L'va Nikolaeviča Tolstogo (Opere artistiche postume di Lev Nikolàevič Tolstòj, a cura di V.G. Čertkov), Mosca, ed. A.L. Tolstaja, tomo I, 1911. Questa prima edizione era priva della variante di finale, la cui esistenza era ignota al curatore. In Polnoe sobranie sočinenii v 90 tomach (Opere complete in 90 volumi), Vol. 37, Mosca, 1940, apparve la variante di finale.

[3] György Lukács, Il romanzo storico, Einaudi, Torino, 1970, p.329. L’edizione originale fu quella russa, Istoričeskij roman, «Literaturnij Kritik», Mosca, 1937-1938. La tedesca, con sostanziali revisioni, fu Der historische Roman, Aufbau Verlag, Berlin, 1957.

[4] Ivi, p.238.

[5] Ivi, p.314.

[6] Ivi, p.259.

[7] György Lukács, La distruzione della ragione, Mimesis, Milano, 2011, p.525. Edizione originale: György Lukács, Die Zerstörung der Vernunft, Aufbau Verlag, Berlin, 1954.

[8] Karl Korsch, Karl Marx, Laterza, Bari, 1969, p.78-9. La prima pubblicazione avvenne nel Regno Unito, come Karl Korsch, Karl Marx, Chapman & Hall London, 1938. L’edizione tedesca, Karl Marx, Europäische Verlagsanstalt, Frankfurt am Main, 1967, a cura di Götz Langkau, recuperò i manoscritti su cui l’autore aveva lavorato in diverse fasi della vita.

[9] György Lukács, Il romanzo storico, Einaudi, Torino, 1970, p.47.


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La Due Fiumi presenta Giancarlo Micheli

 

video della presentazione di Verses versus capital

Giovedì 21 ottobre 2021, Circolo La Poderosa (Torino)

a cura dell’Associazione culturale Due Fiumi

interventi di Enrico Mario Lazzarin, Marino Tarizzo e dell’Autore




ibs



Verses versus capital (Effigie, 2020) di Giancarlo Micheli

impressioni di lettura di Marino Tarizzo

pubblicato su Literary (n.11/2021)

 

Qualche anno fa, in un circolo Arci di Torino, si svolgevano serate in cui un autore veniva esaminato, sezionato, eventualmente scorticato da un gruppetto di giovani virgulti delle patrie lettere. Mi toccò in sorte di essere stroncato poiché reo di aver inserito in un testo una parola rara, inconsueta. La poesia deve essere facilmente comprensibile da tutti, sostenevano. Me ne feci una ragione e continuai a concordare con Gramsci, Don Milani e Dario Fo per i quali conoscere una parola nuova era un modo per difendersi meglio dal padrone. Per questo devo ringraziare la lettura di Verses versus capital di Giancarlo Micheli, per avermi dato modo di apprendere e/o di ri/conoscere una serie di lemmi di non comune uso (mi sono divertito a contarli, grossomodo: sono almeno una quarantina). E tutto questo in un contesto dove l’analfabetismo di ritorno (solo quello?) è rivendicato quasi come una nuova “libertà”; ma il mio grazie e la mia gratificazione vanno oltre l’uso di queste parole, sono relative al linguaggio usato dall’Autore. Un linguaggio magmatico, in continua e piena ebollizione, inondazione, ma tutt’altro che caotico, incanalato dall’Autore (presumo non senza fatica) verso l’approdo ustionante ma coinvolgente della propria evoluzione/rivoluzione linguistica, insieme all’apparenza respingente e, in uno, del tutto affabulante. L’Autore vi trova evidente appagamento nell’assemblare aulicità, formazione culturale e ricercatezze stilistiche con espressioni anche quotidiane, di uso comune o paraproverbiale, seppure rivoltate di senso, in dis/senso. Un paio di esempi: “Ad ogni suicidiota la sua supercazzuola” (Muratorio). “Dove la tecnica divisione/ Del lavoro da fare” (Il mare tra le terre). Percorso che lo porta, in un mondo dove la libertà tutt’al più è fraintesa con il concetto di privacy, alla destinazione di proporre rigorosi versi liberi/liberati/liberanti. Una scelta che, oltre a quella tematica, parimenti impegnativa, di sicuro gli regalerà un ulteriore motivo di “embargo” nei suoi confronti. Ciò gli consente, da un lato, di condursi tra versi quasi usuali d’amore (“Appena ti ho sentita/Qua dove sono è uscito il sole/Ed anche questo è un caso/Di cui è bene tener conto”, I passi ritrovati), ma contemporaneamente non gli impedisce, scrivendo, di giungere pari pari alle arti visive: il verso/titolo “Uomo di stile con randello” è indubitabilmente Magritte!

Poco sopra accennavo alla tematica di Verses versus capital, titolo programmatico, e pertanto lascio alla lettura del libro il relativo pieno nutrimento. Mi preme soltanto introdurre un aspetto apparentemente marginale tra i temi trattati. Potrà sembrare inconsueto per un poeta, un letterato, un filosofo, un umanista, ma in alcune parti del libro, non solo ne La presa di Wall Street, l’Autore ci parla anche di economia. D’altronde chi, se non un poeta, può parlare di un qualcosa di inafferrabile e di oscuro? En passant: ovviamente sappiamo che Wall Street non è più la sede dell’Impero, cfr. Senato dei Fondi e non solo. Forse nel libro di Micheli, però, in uno dei tanti sotto/metatesto, c’è come una tensione ad andare oltre: come se, silente, strisciante, una domanda si rotolasse tra i versi, inespressa e non so quanto consapevole. Questa domanda: ha senso, ha ancora senso la critica al capitale? Certamente sì, è la risposta. Ma è sufficiente? O criticare il capitale equivale a riconoscerne comunque un suo aspetto valoriale, in un certo senso ad accoglierne la cornice entro cui opera? Non è forse il caso, anche per uscire dallo stallo culturale da ridotta manco più assediata in quanto totalmente ininfluente, di principiare seriamente a ragionare sull’innaturalità dell’economia stessa, come storicamente conosciuta, sulla sua struttura culturale tanto estrema quanto costringente ma pur sempre totalmente effimera? Ovvio che mi sovvenga il Serge Latouche de L’invenzione dell’economia. O è solo il luccichio del verso “L’economia che poni nella fede” (Senza dottrina) che mi abbaglia?

A un Autore che scrive, tra le altre, La Resistenza è facile arguire l’effetto che deve aver fatto il trovare bandito dal linguaggio comune la parola ‘resistenza’, sostituita con ‘resilienza’. Parola questa che, se ristretta al mondo fisico, ha un significato, ma se rapportata a un complesso organismo sociale forse non è facilmente sovrapponibile, anzi ne è percepibile il suo rinculare di significato, quasi una mezza resa preventiva. Per altro verso, nel libro (L’incontro) si legge “Che l’Apocalisse sia in atto/ Non è il male peggiore” e (Sortie de l’usine) “Devi comunque mettere le mani in questa merda/ Come il bambino dentro al pozzo”. Ora, decontestualizzando le due citazioni dai singoli testi, forse è vero che qualcuno, magari neanche pochi, percepiscano l’irrimediabilità del disfacimento, ma a ben vedere, tutto sommato, dell’Apocalisse gliene frega scarsamente e dentro a questa merda si sentono (ma soprattutto, ci sentiamo) bene, al caldo, comodi. Allora, forse, l’interrogativo cela un’iperbole affermativa nel verso “che può farmi l’Apocalisse?”. Ciononostante, in una sorta di ottimismo della felicità ventura, l’Autore (Bere o annegare) intuisce che “Cammineremo sulle acque/ Bevendo il vino della fratellanza/ E spezzando il pane della giustizia”, che fa il paio con: “Umanità nuova/ Partoriscici”, e trova la forza (ancora!) per disegnare e disegnarci un futuro migliore o almeno un futuro. Una nuova alba. Ecco, io non so chi sia Giancarlo Micheli, nel senso che non so e non mi interessa se il suo approccio culturalmente di classe sia più, stando ai testi presenti in questo libro, comunista, anarchico o sensibile a echi di un cristianesimo radicale. Così come non mi interessa spolverarlo di una spruzzata di ossimorico nichilismo ottimista. Questi sono compiti per salariati dell’aria fritta. Penso in generale che far giocare il gioco dell’‘io sono il più bello’ faccia il gioco, appunto, del capitale. Ma Giancarlo Micheli, dopo aver scritto questo libro, è probabile che abbia maturato qualche idea più precisa, o abbia precisato ulteriormente la propria idea, su chi lui è rispetto a quando lo ha iniziato (“Santa dell’innocente la ragione/ Santo il diritto di uccidere il padre/ E di sopprimere il padrone”, Rivoluzione). Non necessariamente ciò lo renderà più gradito al variegato mondo dell’industria culturale contemporaneo (lettori compresi), poiché troppo “congiunto al terzo pianeta/ del sistema solare/ da vincoli d’amore”.

Marino Tarizzo


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