lunedì 13 dicembre 2010

Le stagioni della protesta

articolo pubblicato sulla rivista
Arcipelago (n.52, Novembre-Dicembre 2010)
 


Le stagioni della protesta


Durante gli ultimi giorni soleggiati del mese di settembre, mi è capitato di rileggere il testo del seminario XVII che Jacques Lacan tenne alla Facoltà di Diritto dell’Università di Parigi dal dicembre 1969 alla primavera dell’anno successivo.


Debiti e crediti per una coscienza di specie

Un anno prima l’università francese era stata scossa dai venti della protesta, i quali, stando alle testimonianze del cui peso e della cui leggerezza altri ci hanno caricati, continuavano a soffiare con un certo vigore. Tra le conquiste che il movimento studentesco aveva allora strappato al governo Pompidou c’era stata quella dell’istituzione di corsi sperimentali, dove una università critica potesse muovere i primi passi sulle antiche acque del sapere. Presso la località di Vincennes, alle porte della capitale, l’esecutivo aveva prescelto una sede che, non forse a caso, era stata in precedenza adibita ad accogliere uffici della burocrazia militare. Qua Lacan intrattenne una composita folla di centinaia di studenti con quelli che chiamò Quattro improvvisi, nell’intenzione di svilupparvi un discorso in esplicito contrasto con quello svolto alla Facoltà di Diritto. L’Associazione Psicoanaltica Internazionale, di rigida osservanza freudiana, aveva da poco espulso Lacan a causa delle sue tesi eterodosse e, verosimilmente, proprio in ragione di ciò egli aveva trovato occasione di esporle negli ambiti consentiti dall’istituzione universitaria. A Vincennes la contestazione, memore di egualitarismo giacobino, investì anche le sue lezioni. Incalzato dai contraddittori Lacan tirò in ballo, non è facile stabilire con quale pertinenza, le unità di valore, il sistema di valutazione degli studenti, basato su un punteggio di debiti e crediti, che era entrato da poco in vigore proprio in virtù delle proteste studentesche. Il colloquio a più voci che ne scaturì nell’aula di Vincennes passò attraverso fasi che, a rileggerle, disvelano uno stile ed un senso umoristici: una voce provocatoria si leva per proporre che la lezione si trasformi in un “love-in selvaggio” (evidentemente tali espressioni erano allora in voga), un’altra chiarisce invece che gli studenti dovrebbero uscire dall’università per unirsi, su posizioni rivoluzionarie, ai contadini e ai lavoratori, Lacan ribatte con una riflessione sul posto che l’università occupava nella società sovietica, quella del socialismo reale; in un generale trambusto si lanciano accuse, si azzuffano ancora, faticano a trovare una conclusione che non sia incoerente o incompleta, che li motivi a sospendere la riunione. Il sistema dei debiti e dei crediti li ha intrappolati nelle sue conseguenze, proprio come in un dramma di Beckett o come accade alle immagini impresse su una pellicola di Buñuel.
Il sistema dei debiti e dei crediti, del resto, non suona affatto estraneo al discorso del capitalismo, che Lacan, nell’elaborazione psicanalitica, riconobbe fondato sulle basi di quello che definì discorso del padrone. Traducendo in una forma che ben intuisco possa risultare approssimativa: il padrone mette al lavoro il servo affinché dal saper fare di lui possa estrarre il proprio godimento, da trasformare in una verità da padrone. Anche in ciò non manca dell’umorismo, a giudicare dagli effetti: grandi tours, grandi globalizzazioni, grandi piroette, un gran mordersi di code; la economica miseria del prestigio. Tutto ciò esige il passaggio ad un’altra coscienza, ad un’altra verità, chiede la “sortie de l’usine capitaliste”, l’uscita dall’inabitabile opificio arredato di tutto il suo apparato pedagogico, che riduce gli adulti all’infantilismo e destina i bambini a disilluse precocità.
Un debito di intelligenza, che oggi paghiamo tutti con l’aridità dei cuori e l’angustia delle prospettive, la nostra epoca infingarda lo ha in effetti contratto con quella ormai lontana degli anni ’70. Il fatto che intellettuali che assumessero allora posizioni coraggiosamente critiche delle strutture simboliche e materiali del capitalismo non fossero risparmiati dalla contestazione è, senza dubbio, indice di una vitale pulsione trasformatrice che animava la società e gli individui, non solo di una pur reale inadeguatezza delle coscienze al compito pratico che la situazione storica poneva. Quello di Lacan non fu l’unico caso. Sorte analoga toccò, ad esempio, a Michel Foucault, il quale pure andava sfatando i miti dell’ideologia borghese e del loro decorso storico; chi abbia tempo per sincerarsene legga almeno il breve saggio La volontà di sapere (Feltrinelli, 1978), dove sono illustrate le funzioni di controllo sociale svolte, ben fino al presente, dalla proliferazione dei discorsi sulla sessualità di cui siamo debitori all’epoca dei lumi, al settecento della rivoluzione borghese.


Una valutazione dei danni e delle nocività

Ben umoristica, ben più beffarda di ogni hegeliana astuzia della ragione, è la tardività liberale con cui sistemi di valutazione che erano sperimentati in lontani anni di fermento e di rivolta vengano poi adottati nelle istituzioni scolastiche di paesi più arretrati quali il nostro: a distanza di decine d’anni. Non è che un esempio preso tra tutti i catastrofici ritardi che l’ordine capitalista accumula ovunque nell’affrontare ogni questione che riguardi in profondità le nostre vite, ogni questione strategica, a voler usare il linguaggio tecnico della politica reale, che per nostra fortuna la tradisce. Per loro, per quanti prendono, o non prendono, le decisioni che gravano sulle nostre spalle e le nostre teste, il tempo è garantito dall’accumulazione del capitale: hanno sempre qualcuno da pagare perché perda il proprio tempo in vece loro, cosicché essi possano dedicarsi anima e corpo a custodire ciò che è morto e sepolto, tutto ciò che toccano, come del resto già si faceva ai tempi di re Mida. Simili pensieri potrebbero, quantomeno nella testa di alcuni, rimettere le lancette dell’orologio della storia, rimetterle in una posizione dove la coscienza sia, all’unisono, storica e contemporanea. In ogni istante si tratta di prendere in mano le proprie vite, nel punto in cui si è giunti per andarsene. Mi auguro che tali riflessioni possano iniettare almeno un poco di benefica ansia nell’animo di quanti soggiacciono alle tecniche di manipolazione del tempo e della percezione, delle quali si fa forte l’attuale dominio di ciò che è morto su ciò che vive, a quanti, ad esempio, si perdono nei labirinti dell’attuale politica, quella delle democrazie parlamentari imperialiste, nei quali labirinti si corre, senza accaldarsi poi tanto, da destra a sinistra e da sinistra a destra, per conservarsi immobili nella medesima impotenza.
Alla fine tutto converge, comunque, ad una questione di stile: si vede bene quanto essa non possa essere elusa allorché si debba decidere se la protesta assumerà un carattere violento ovvero pacifico. In ogni caso, non potrà viversi senza pagare un prezzo che valga meno della vita stessa. Così è. Soltanto dopo di noi, in un modo che ancora diversamente sfugge a ciascuno e della cui mancanza soltanto dobbiamo considerarci non già colpevoli ma senza alcun dubbio in difetto, soltanto dopo di noi la rivoluzione può essere compiuta, e le cose staranno, allora, diversamente. Detto in maniera tanto esortativa quanto icastica: responsabilità verso le generazioni future, gli uomini e le donne del futuro. Per non mancare al godimento del nostro amore e della nostra intelligenza presenti, è a loro che non dobbiamo farli venir meno. Viva l’autunno e viva la primavera; che presto si partecipi tutti, ciascuno secondo i propri bisogni e le proprie possibilità, alle loro nozze.
Giancarlo Micheli

mercoledì 24 novembre 2010

Micheli, viaggiatore colto nelle Indie occidentali

recensione pubblicata in:
Avvenire (23 Luglio 2009)



Micheli, viaggiatore colto nelle Indie occidentali


Quasi a segnare una continuità di temi e di ispirazione, il primo personaggio che Giancarlo Micheli fa entrare sulla scena del nuovo romanzo Indie occidentali è il maestro Giacomo Puccini, e cioè la figura attorno alla quale ruotavano le vicende del precedente Elegia provinciale (edito nel 2007 da Mauro Baroni). Appena sbarcato a New York per la “prima” americana della Fanciulla del West, il grande compositore si imbatte in Aurelio ed Erminia, una giovane coppia di sposi che dalla Toscana è venuta a cercare fortuna nel Nuovo Mondo. Un incontro fugace, che però sembra dare il tono all’intera narrazione, nella quale ritroviamo lo stile sontuoso, ricercato fino alla concettosità, del viareggino Micheli, classe 1967, poeta e autore teatrale, oltre che narratore di forte caratura etica. Il profondo sentimento morale riconoscibile in ogni pagina è il motivo per cui, nella prefazione a Indie occidentali, il decano Manlio Cancogni può spingersi a istituire un parallelismo tra la struggle for life, la lotta per la sopravvivenza intrapresa sulla fine dell’Ottocento dagli immigrati europei negli Stati Uniti e l’attuale crisi finanziaria globale che – di nuovo – ha avuto negli Usa il suo epicentro. Anche se predilige il racconto d’epoca, sorretto da una minuziosa ricostruzione di situazioni storiche e usi linguistici, Micheli non perde mai di vista l’umanità e, di conseguenza, l’attualità dei suoi protagonisti. Proprietari di un piccolo bar nel Lower East Side di Manhattan, costretti a trasferirsi a Chicago e nel New Jersey dopo che il locale è stato incendiato dal racket, Aurelio ed Erminia si sforzano di rimanere fedeli l’uno all’altra pur intraprendendo percorsi differenti: la donna si converte alla Chiesa scientista, dal cui umanitarismo sentimentale si sente consolata, mentre l’uomo scopre la causa del socialismo egualitario. Sono gli anni delle prime, drammatiche rivendicazioni sindacali, sul cui sfondo il romanzo procede spedito, riservando uno spazio sempre maggiore alla figlia della coppia, la piccola Eugenia, alla quale spetterà di annodare gli ultimi nodi della trama. Un epilogo inatteso e struggente, nel quale la metafora del teatro, già evocata nell’ouverture pucciniana, si rivelerà in tutta la sua urgenza di struttura e significato. Indie occidentali è un romanzo colto e a tratti risentito (il titolo, per esempio, riprende la definizione rinascimentale del continente americano), che il lettore è invitato a percorrere con pazienza, per scoprire non soltanto i segreti nascosti nelle esistenze di Aurelio ed Erminia, ma anche certi rapidi bozzetti d’ambiente. Come quello, davvero suggestivo, del pittore senza talento che riempie di forme sghembe e colori sgargianti i cartoni recuperati per le strade d’America.
Alessandro Zaccuri




Indie occidentali di Giancarlo Micheli
(Campanotto editore, Pasian di Prato UD, settembre 2008, ppg. 224)

http://www.ibs.it/code/9788845610042/micheli-giancarlo/indie-occidentali.html
http://www.bol.it/libri/Indie-occidentali/Giancarlo-Micheli/ea978884561004/
http://www.libreriauniversitaria.it/indie-occidentali-micheli-giancarlo-campanotto/libro/9788845610042
http://www.webster.it/libri-indie_occidentali_micheli_giancarlo_campanotto-9788845610042.htm
http://www.amazon.it/Indie-occidentali-Narrativa-Giancarlo-Micheli/dp/8845610047/ref=sr_1_2?s=books&ie=UTF8&qid=1291729036&sr=1-2


intervista radiofonica a Giancarlo Micheli
dalla trasmissione RMS Autori
a cura di Demetrio Brandi
Radio Massarosa Sound (Febbraio 2010)

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Indie occidentali, un viaggio nella nostra storia

recensione pubblicata in:
ilRecensore.com (Luglio 2009)

 


Indie occidentali, un viaggio nella nostra storia


Indie Occidentali (Campanotto Editore, 2008), secondo romanzo del bravo Giancarlo Micheli, parte da una storia di emigrazione. Una storia che ha a che fare con il secolo scorso, di quando erano gli italiani a dover emigrare fuori dal proprio paese. Protagonisti questa volta non sono meridionali, non sono contadini “ignoranti” del rurale Mezzogiorno ma una coppia di sposini toscani e alfabetizzati, consapevoli del proprio valore e con obiettivi da perseguire ben definiti.
Quando penso all’emigrazione italiana penso a quella splendida figura di Amerigo, creatura di gucciniana memoria che lascia il proprio paese, Pavana. E mette dietro a sé le proprie radici con ancora in corpo “il primo vino di una cantina” per non manifestare quella malinconia che penetra nelle vene e nella coscienza.
Micheli ci racconta quel mondo altro, quello al di là dell’Oceano che ad inizio del secolo scorso sembrava così diverso dal nostro. Il quartiere di Little Italy, con le sue storie e le sue “leggende”, anch’esso diversissimo da quello di oggi: quella che era la più grande e famosa delle “little italies” diventa ogni anno più piccola, proponendosi oggi quasi soltanto come due strade, parte della Mulberry Street e parte della Grand Street.
Negli anni venti però quella zona e in più in generale quella città, l’immensa New York che con i suo grattacieli immobilizzava lo sguardo, era stata una porta obbligata d’ingresso, un centro attrattivo, una grande madre dalle braccia non sempre benigne ma comunque grandissime.
La lotta per l’esistenza si fa per i due protagonisti, Erminia ed Aurelio, inizialmente più facile ma poi è la nuova realtà a prendere il sopravvento, una realtà di diritti negati e di lotte di sopravvivenza. Come un inferno urbano la metropoli si presenta nelle sue contraddizioni, una massa umana che propone lingue, condizioni e usanze diverse. Momenti di squisita umanità individuale si scontrano e si sovrappongono a collettive grida di speranza, la coesistenza degli immigrati e le problematiche interne, tolleranza, sindacali, la lotta operaia.
Quello di Micheli è uno squarcio di vita vissuta, un quadro al tempo stesso espressionista e realista, una meticolosa ricerca storica ed antropologica sul nostro passato e sul secolo scorso. Personaggi reali e “famosi” – Jack London, Giacomo Puccini, Mabel Dodge – si incrociano con “perfetti sconosciuti” e personaggi di invenzione letteraria, creano un cosmo a sé, una riproduzione ben disegnata di un ipotetico quadro. Il grande merito del libro è poi quello di inserirsi nella più grande tradizione europea, quella ricerca linguistica forzatamente realistica che Auerbach riscontrò in Mimesis nei maggiori autori della nostra storia.
L’uso del dialetto degli immigrati, il gioco linguistico e sociolinguistico con cui mescola le situazioni comunicative più disparate e le espressioni locali, un registro “alto” con momenti di lascivia verbale, fanno del viaggio di Micheli, perché di questo si tratta, un utopico, colto, continuo desiderio di ricerca. Un desiderio che prima si fa portavoce della Storia e poi si fa riflessione sul futuro e su un problema che ora ci vede come protagonisti indiretti e che domani potrebbe ritoccarci da vicino.
Matteo Chiavarone

Indie occidentali di Giancarlo Micheli
(Campanotto editore, Pasian di Prato UD, settembre 2008, ppg. 224)
http://www.ibs.it/code/9788845610042/micheli-giancarlo/indie-occidentali.html

dalla rubrica radiofonica Fuori Tempo Massimo
a cura di Andrea Caterini e Paolo Sortino
Radio Città Futura (Maggio 2009)

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mercoledì 11 agosto 2010

Gli strani incroci del Tempo

recensione pubblicata su:
Retroguardia2.0 - il testo letterario
La poesia e lo spirito
Zeta - rivista internazionale di poesia e ricerche (Anno XXXII, n.3; Campanotto editore, 2010)




Gli strani incroci del Tempo
Giancarlo Micheli, La grazia sufficiente, Pasian di Prato (UD), Campanotto Editore, 2010


Chi crede che la Storia abbia un senso o che la filosofia della storia possa essere considerata non soltanto come una teoria astratta pensa che in essa avvengano incontri incroci e contatti che altrimenti non sarebbero spiegabili. Il nuovo romanzo di Giancarlo Micheli vive di questi incroci (quello tra cultura occidentale e modo di vita orientale) e di questi contatti (tra abitanti del Giappone e commercianti olandesi, ad esempio). Vive anche di una riflessione sulla natura della Grazia che oggi potrebbe sembrare di certo surannée se il suo argomento non fosse sempre di attualità e basato su una domanda ineludibile per ognuno di noi: cosa succederà di noi una volta passati a miglior vita? Saremo salvati e redenti o sommersi dal cumulo infinito delle nostre colpe nei confronti del Creatore delle nostre esistenze? In Olanda, dalla metà del Cinquecento fino a tutto il Seicento, nell’epoca di Hugo Grozio e di Baruch Spinoza, la disputa sulla predestinazione e sulla salvezza dell’umanità tiene banco sul fronte teologico e giunge ad infiammare gli animi fino al calor bianco delle accuse di eresia e di ateismo. Il problema della “grazia sufficiente” alla salvezza finale dell’uomo vede fronteggiarsi due posizioni opposte e in violenta lotta tra di loro.
La prima detta infralapsariana e frutto delle posizioni radicalidi Jacob Harmenszoon (latinamente più noto come Jacobus Arminius) che, sulla base dei propri dubbi sulla grazia sovrana di Dio nell'opera di salvezza degli uomini, cominciò ad insegnare che «la predestinazione d'una persona alla salvezza o alla condanna proviene dalla volontà conseguente di Dio che considera il suo oggetto con tutte le sue condizioni e circostanze, le quali sono state a loro volta determinate da un precedente decreto affinché precedano la salvezza o la condanna» (nell’Examen thesium D. Fr. Gomari). In sostanza, per gli Arminiani, Dio sceglie gli eletti alla salvazione in virtù dello sforzo fatto da essi in ragione della loro dedizione e del loro pentimento nei confronti della divinità. Dio sceglie quegli uomini e quelle donne che si impegnano nella chiamata alla Grazia. Gli esseri umani, quindi, sono pur sempre corrotti e massa damnationis ma in grado di collaborare alla Grazia e mantengono attraverso di essa una qualche forma di dignità e responsabilità. Le buone opere sono una delle cause della salvezza in quanto sono in grado di testimoniare che la persona che le compie ha liberamente scelto Dio e l’adempimento dei suoi doveri verso di esso.
L’altra, basata sull’opera di François Gomar (anche lui latinamente conosciuto come Franciscus Gomarus) e detta sopralapsariana perché, a differenza delle tesi di Arminio, sosteneva che la salvezza dell’umanità era già stata decisa, caso per caso, prima della caduta di Adamo (quella felix culpa di cui per primo Agostino aveva teorizzato l’inevitabilità sulla base della propria teoria della predestinazione). La disputa fu risolta dal Sinodo di Dordrecht del 1618-1619 per il quale gli Arminiani furono convinti di errore in quanto fu stabilito che la salvezza umana non è frutto della fede degli uomini stessi ma un decreto imperscrutabile della volontà di Dio.
Ma uno dei protagonisti del romanzo di Micheli, Baruch Dekker, capitano di marina di origine ebraica e naufrago sulle coste di Nagasaki in Giappone, non si pone questi problemi di sottile finalità teologica anche se non si considera affatto agnostico:


«[…] Baruch, durante i lunghi anni di navigazione, aveva abbracciato la confessione calvinista. Da uomo di azione, aduso a misurarsi con le tavole alfonsine o con le rotte di alisei e correnti oceaniche, esperto della grazia di velacci e rande, sufficiente alle andature a lasco e di bolina, egli aveva umilmente arrotolato le catene delle ancore ai cabestani, e si lasciava condurre alla deriva nei fortunali delle dispute teologiche. Non gli era del resto riuscito difficile astenersi dalle battaglie dottrinali tra arminiani e gomaristi, dietro le quali si celavano, assai poco occultamente, i conflitti di interesse che opponevano la ricca borghesia e l’amministrazione civile del Gran Pensionarlo da una parte, il potere militare dell’aristocrazia e lo Stadhouder dall’altra. Nessuno, a bordo dei velieri della VOC [cioè la Compagnia olandese delle Indie Orientali], veniva ad interrogare il capitano Dekker in merito alle tesi supralapsariane o infralapsariane. Riguardo al dogma della predestinazione, che certo concerneva intimamente la sua anima quanto quella di ogni altro cristiano, egli aveva assunto con fermezza un atteggiamento agnostico. Per quanto dure fossero le prove alle quali la vita di bordo lo sottoponeva, la sua eccellente attitudine a sostenerle con virile fortezza non poteva bastare quale segno indubitabile di appartenenza al novero degli eletti. Di ciò egli si era fatto una tenace convinzione, tale da dispensarlo da opprimenti angosce. Aveva sempre guardato con scetticismo a quel dogma che gli pareva fosse stato congegnato per garantire a quanti già godevano del privilegio di onori e ricchezze quello ulteriore, e spesso, determinante, del favore divino. Tutte le disquisizioni sull’universalismo ipotetico o condizionale, o sulla Grazia non irresistibile, non illustravano altro alla cognizione del capitano Dekker se non gli interessi molto umani di cui erano le teologali guarentigie» (pp. 58-59).


Ma il capitano Dekker non è l’unico protagonista del romanzo di Micheli. Insieme alle complesse vicende di quest’ultimo destinato in seguito al naufragio della sua nave da carico a rimanere in Giappone, dalle pagine del romanzo si affaccia la storia del contadino Taisho (così chiamato con un termine che designa tutta una serie di situazioni positive: “grande vittoria”, “sonora risata”, “origine del mondo”, “simmetria” tra gli altri). La sua vicenda, ambientata molti anni più tardi, all’epoca dell’avventura imperialista del Giappone militarizzato di Hirohito e del generale Tojo, è, in realtà, connessa in maniera solo onirica e allusiva a quella di Dekker (che apparirà come una figura misteriosa e dal comportamento translucido solo in un momento di abbandono da parte di Taisho).
L’uomo, orfano di un contadino, Shigetaro, ucciso in guerra durante il conflitto russo-giapponese, ha un lavoro a stipendio fisso come inserviente del Monbushou, il Ministero dell’Istruzione, presso il Medical Center di Nagasaki. Qui, in un giorno di pioggia, ascolta le infuocate parole del nazionalista Ishiwara, tenente colonnello dell’Esercito, e si arruola per la guerra in Manciuria (che si concluderà con l’instaurazione del Manciukuò, protettorato giapponese in Cina, cui sarà posto come governante-fantoccio il deposto e ultimo Imperatore Pu Yi).


«Aveva dato prova di sufficiente coraggio nell’offrirsi allo Stato, alla legge di armonia che vi vigeva, connaturata al suo sacro suolo? Quella domanda apparve dal buio della coscienza profonda, e incalzò Taisho al pari di un demone dell’abisso. Allora egli vide la trincea, le cui ripide pareti di fango franavano sotto al bombardamento di una pioggia torrenziale. Ai suoi piedi giaceva il corpo esamine del padre. Taisho se lo caricava sulle spalle, e camminava a lungo. Gli pareva di percorrere la insigne strada del Tokaido, costeggiata di pini e crittomerie, le cui verdi chiome s’impregnavano negli infittiti rovesci di pioggia, finché non giungeva alla casa di Mogi e deponeva il pesante fardello del cadavere, lo deponeva sulla terra dell’orto, impastata in un viscido brago. Da uno spiraglio tra il fusuma e la parete della vicina abitazione si affacciava allora il volto della madre, acconciato nell’apparente compostezza dei lineamenti, nella quale Taisho credette di leggere approvazione ed encomio, solennemente espressi» (p. 34).


Sono due storie di “grazia sufficiente” espressa nelle e dalle azioni in cui il mistero della salvezza futura si consuma e si attua nella vicenda presente dei due personaggi le cui avventure umane si incrociano e si intrecciano alla luce di un disegno di cui nessuno dei due conosce il perché e di cui non viene rivelata la trama necessaria. Dekker lascerà il suo lavoro come impiegato presso la sede di Nagasaki della Compagnia delle Indie e, insieme alla moglie Netsaki e il figlioletto Aikyo, si dileguerà alla ricerca di fortuna nel Mar Cinese Orientale. Taisho, catturato dai cinesi e deciso a compiere il seppuku richiesto per evitare di rimanere prigioniero e fornire, anche involontariamente, informazioni di alcun tipo al nemico, ne viene dissuaso proprio da un giovane professore di linguistica che aveva sentito parlare durante un convegno tenutosi al Monbushou quando anch’egli vi lavorava. Tornato a casa, apprenderà traumaticamente della morte della madre. Ancora una volta tentato dal suicidio finirà con il capire, come insegna la dottrina finale del Tao che “la via suprema non ha nome e il discorso supremo non ha parole” (p. 117).
Romanzo tenace e appassionato, La grazia sufficiente coniuga erudizione (di cui sono testimonianza le numerose note a fine di ogni capitolo) e poesia, grazie al suo linguaggio distillato e ben forbito che cerca di supplire alle difficoltà della teologia indimostrabile con la ben più robusta forza espressiva di una liricità intensa e asciutta, fatta di immagini e di riverberi, di rattenuta commozione e di espansione descrittiva non priva di un sapore arcaicizzante e delibato.

Giuseppe Panella



Giancarlo Micheli, La grazia sufficiente (Campanotto, Udine 2010)
http://www.bol.it/libri/grazia-sufficiente.-CD-Audio/Giancarlo-Micheli/ea978884561133/
http://www.ibs.it/code/9788845611339/micheli-giancarlo/grazia-sufficiente-con-cd.html
http://www.amazon.it/grazia-sufficiente-narrativa-Prosa-contemporanea/dp/8845611337/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1291728752&sr=1-1
http://www.libreriauniversitaria.it/grazia-sufficiente-cd-audio-micheli/libro/9788845611339
http://www.webster.it/libri-grazia_sufficiente_cd_audio_micheli-9788845611339.htm
http://pianetalibri.webchising.it/area-libri/narrativa-italiana/la-grazia-sufficiente/dettaglio/id-2749768/
http://shop.radiocnr.it/area-libri/altri-generi/la-grazia-sufficiente/dettaglio/id-2749768/
http://shop.kisskiss.it/area-libri/altri-generi/la-grazia-sufficiente/dettaglio/id-2749768/
http://libri.dvd.it/altri-generi/la-grazia-sufficiente-con-cd-audio/dettaglio/id-2749768/

lettura dal capitolo VI

Paola Lazzari

La Révolution surréaliste (1924-1929)

articolo pubblicato sulla rivista
Zeta - rivista internazionale di poesia e ricerche (Anno XXXII, n.1; Campanotto editore 2010)






La Révolution surréaliste (1924-1929)
nuclei della positività creatrice nel tempo di incubazione della catastrofe


Il est plus facile de mourir que d’aimer/ C’est pourquoi je me donne le mal de vivre/ Mon amour
Louis Aragon


Chi abbia un poco di consuetudine con le riviste letterarie che si pubblicano oggi in Italia rimarrebbe confuso e sconcertato, qualora gli fosse fornita occasione di paragonarle alle esperienze di “militanza culturale” cui il movimento surrealista dette vita e corpo nel corso degli anni venti del secolo passato. Con rare eccezioni, prevale tra le odierne riviste del settore uno scoramento di tipo nostalgico-aventiniano, puntigliosamente procline a deprimere ogni impulso ad una acquisizione di responsabilità nei confronti del tempo in cui viviamo. Sicuramente ciò è imputabile ad un più vasto processo che sospinge l’attuale discorso letterario dentro l’unanime cul de sac della specializzazione dei saperi e delle conoscenze. Non sarebbe neanche troppo azzardato constatare una fascistizzazione operante in ciascuna branca del sapere, subita e assecondata da quanti, bruciati dalla miseria presente, sopravvivono adeguandosi agli scarsi privilegi che accordano loro le forme contemporanee del corporativismo culturale. Le grandi catastrofi umane del secolo trascorso furono rese possibili dallo sfruttamento su basi tecnico-scientifiche delle risorse repressive tradizionali: la struttura della famiglia patriarcale, il nazionalismo imperialista e un misticismo autoritario e strumentale. Oggigiorno l’evoluzione tecnologica, della quale non sarebbe onesto né attento negare gli indubbi benefici arrecati alle condizioni materiali dell’esistenza sebbene poi li distribuisca secondo i criteri di atavismi oppressivi e ingiusti, dota la dominazione capitalista degli strumenti propri ad un regime del controllo potenzialmente assoluto; e il terrore assoluto è la conseguenza in atto di ciò, sul piano degli effetti psicologici di massa, capillari e pervasivi.
La rivista La Révolution surréaliste incluse, nel numero di esordio andato alle stampe nel Dicembre del 1924, un’inchiesta che, per così dire, prendeva il terrore per le corna, dal titolo significativo ed esplicito: “le suicide est-il une solution?”. Fuor di retorica, si trattò di una chiamata all’appello, tramite la quale fu richiesta agli artisti, ai poeti e agli intellettuali che intendevano contribuire al progetto editoriale una presa di responsabilità totale, in integrità di corpo e di pensiero, coerente al principio di realtà e a quello del desiderio. Al quesito risposero, tra gli altri: André Breton, Jean Paulhan, che sarebbe presto divenuto il direttore della prestigiosa Nouvelle Revue Française¹, Antonin Artuad , René Crével. Già in questo sintetico elenco troviamo uomini che difesero fino alle conseguenze estreme l’impegno assunto allora. Di Artaud sono note le tragiche vicissitudini e la morte presso il sanatorio di Rodez, avvenuta quando ormai tutti gli incubi della bestiale violenza fascista e imperialista si erano catastroficamente avverati. Egli tornò spesso al tema del suicidio, ad esempio con l’illuminante saggio Van Gogh le suicidé de la société², scritto proprio nell’anno della morte. René Crével, d’altro canto, si tolse la vita nel 1935, in concomitanza con il Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura, tenutosi a Parigi e durante il quale fu decretata l’espulsione del movimento surrealista. Per comprendere quanti elementi sessuo-economicamente reazionari attecchissero nell’ideologia dei corifei letterari del capitalismo di stato sovietico, basterà citare le accuse che Ilya Ehrenburg mosse ai surrealisti nelle pagine del suo Visti da uno scrittore dell’URSS: “I surrealisti vogliono sì Hegel, Marx, la Rivoluzione, ma quello che rifiutano è di lavorare. Hanno le loro occupazioni. Studiano, per esempio, la pederastia e i sogni”. René Crével, omosessuale nonché membro del PCF fin dal 1927, trovò nei tristi episodi del congresso ragioni, certo supplementari ad altre profonde e personali, ma ad ogni modo sufficienti a spingerlo al suicidio. Questi furono solo alcuni dei tributi che il surrealismo dovette pagare a causa dell’intransigenza nella lotta intrapresa a favore del libero sviluppo delle istanze profonde dell’inconscio, fermamente antagonista ad ogni idea istituzionale di letteratura, recalcitrante ad ogni specie di compromesso con le fazioni dell’oscurantismo tradizionale e modernista, vuoi quelle coscienti e intenzionate vuoi quelle inconsapevoli e, pertanto, non meno nocive. A conferma di ciò, sul secondo numero della Révolution surréaliste apparvero alcune lettere aperte, rivolte ai rettori delle università europee, al papa, al Dalai Lama e alle scuole buddiste affinché le coscienze fossero invitate al profondo rivolgimento spirituale che la gravità dei tempi imponeva. La rivoluzione surrealista non si impantanava nel lamento e nel piagnisteo, al contrario muoveva all’attacco, con piena fiducia nella capacità di trasformazione del mondo e dell’uomo propria dell’azione poetica. Sebbene l’idea di Breton per cui la rivoluzione poetica e artistica dovesse pensarsi come parte e punta di lancia di un più generale movimento di liberazione morale, sociale ed economica, sebbene tale idea appaia nitida già al tempo del processo a Maurice Barrès (maggio 1921)³ con cui fu superata la fase dell’agnosticismo dadaista, la posizione del surrealismo nei confronti della lotta di classe internazionalista non fu portata a chiarimento prima della pubblicazione, sul quinto numero della rivista (Ottobre 1925), del testo collettivo La Révolution d’abord et toujours, tra i cui firmatari figurarono, oltre ai compagni della prima ora (Max Ernst, Louis Aragon, Paul Eluard, Robert Desnos e altri) anche i redattori della rivista politica Clarté, del periodico di filosofia marxista Philosophies e del foglio belga Correspondance. Accanto ad un’incontrovertibile condanna della guerra imperialista che i governi repubblicani e radicali della Terza Repubblica avevano intrapreso in Marocco, vi si può leggere l’esplicita affermazione: “… pour nous la France n’existe pas”. Senza contraddizioni, il surrealismo si poneva, dunque, nel solco della lotta internazionalista contro la dominazione del capitale e i nascenti regimi fascisti. Nel medesimo numero una recensione di André Breton al libro di Lev Trotsky su Lenin⁴, ribadiva la connaturata adesione del surrealismo all’ideale e alla prassi della rivoluzione permanente.
Le linee direttrici sulle cui basi si era avviata tale adesione non poterono svilupparsi altrimenti che in una faticosa convivenza all’interno delle fila del PCF, pedissequamente allineato alle direttive staliniste impartite da Mosca. Benché alcune personalità di rilievo del movimento surrealista (André Breton, Louis Aragon, René Crével) si fossero risolte ad iscriversi al partito di Place du Colonel-Fabien, i contenuti e le idee espresse nella rivista dovettero subire il severo vaglio di una commissione politica e Breton, in qualità di direttore responsabile, fu ripetutamente convocato a discuterle e a dare garanzia di lealtà alla politica del comitato centrale. Come Breton stesso ricorda nel libro-intervista Entretiens⁵, tali colloqui avvenivano “su invito personale, in un’ora assai mattutina, sia nel cortile della scuola della rue Duhesme, sia in una sala della casa dei sindacati, all’avenue Mathurin-Moreau”. Sulla modalità del loro svolgimento Breton si esprime in termini non equivoci, propri ad una cocente delusione: “… niente di più simile, quando ci penso, ad un interrogatorio di polizia”. A dispetto di ciò, e al prezzo oneroso di un’aspra conflittualità interna, concretizzatasi nelle dolorose espulsioni comminate a Antonin Artaud, Philippe Soupault, Pierre Naville e Roger Vitrac, la rivista proseguì sulla sua rotta intransigente e incrollabile, ospitando, nei dodici numeri usciti dal dicembre del 1924 al dicembre del 1929, sempre nuovi contributi e riflessioni, mescolando analisi teorica e prassi poetica, dalle trascrizioni di sogni frutto del lavoro di documentazione del Bureau des récherches surréalistes di rue de Grenelle alle opere grafiche di André Masson o Giorgio de Chirico, dalla sceneggiatura del capolavoro cinematografico di Luis Buñuel, Un chien andalou, all’inchiesta “Dall’amore al suo oggetto”, apparsa sull’ultimo numero. In una sorta di ciclo fisiologico, dunque, il surrealismo si pose interrogativi profondamente umani, esordendo con l’inchiesta sul suicidio e concludendo con quella sull’amore e il suo oggetto, in coerenza al postulato baudelairiano: “C’est la Mort qui console, hélas! et qui fait vivre”.
Giancarlo Micheli




1 Rivista letteraria fondata nel 1909 da André Gide, a partire dal 1911 pubblicata per le edizioni di Gaston Gallimard.
2 Van Gogh le suicidé de la société (K éditeur, Paris 1947); trad. italiana: Van Gogh il suicidato della società (Adelphi, Milano 1988)
3 Il 13 maggio 1921 quello che era ancora il gruppo dadaista parigino si costituì in tribunale rivoluzionario per giudicare lo scrittore Maurice Barrès, cui fu contestata l’accusa di “aver attentato alla sicurezza dello spirito”, giacché egli, in opere come L'Âme française et la Guerre (Émile-Paul, Paris 1915-1920) aveva levato entusiastiche lodi all’amor di patria e al sacrificio delle vite dei soldati nelle trincee e sui campi di battaglia.
4 Lenin (Blue Ribbon Books, New York 1925)
5 Entretiens, a cura di André Parinaud (Gallimard, Paris 1952); trad. italiana: Entretiens (Erre emme edizioni, Bolsena 1991)

Wystan Hugh Auden – complessità, memoria e ironia

articolo pubblicato sulla rivista
La Mosca di Milano - intrecci di poesia, arte e filosofia (n.21, Edizioni La Vita Felice, Milano 2009)



Wystan Hugh Auden –
complessità, memoria e ironia



Rimbaud

Le notti, gli archi della ferrovia, il puro cielo,
erano ignoti ai suoi orribili compagni;
ma in quel bimbo scoppiò la menzogna del retore
come una tubatura: poeta lo rese il freddo.


Il bere che gli offriva l'amico fiacco e lirico
gli sregolava i sensi in modo sistematico,
ponendo fine a tutto il solito nonsenso;
finché alla debolezza e alla lira fu estraneo.


Il verso era una strana malattia dell'orecchio;
sufficiente non era l'integrità; pareva
l'inferno dell'infanzia: doveva ritentare.


Adesso, galoppando per l'Africa, sognava
un'altra identità, il figlio, l'ingegnere,
quella sua verità buona per i bugiardi.

Wystan Hugh Auden, da Another Time (London, New York 1940)






Nel marzo del 1938, assieme allo scrittore Christopher Isherwood, amico d’infanzia e suo attuale amante, Auden raggiunse la Cina con l’incarico di realizzare un reportage di guerra. Da alcuni mesi la Cina resisteva all’urto dell’imperialismo nipponico, alle violenze e alle razzie che, in ogni tempo, sono consueto corollario alle campagne belliche. Durante quello stesso anno e durante il successivo, il mondo intero sarebbe sprofondato nel baratro della carneficina globale. Nei commentari in versi, che Auden aggiunse al diario di viaggio dell’amico, si leggono alcuni passi che illustrano bene la profondità e la consapevolezza alle quali, già in quel tempo, era approdata la sua poetica: “Ѐ questo un settore e un episodio della generale guerra tra i morti e i non ancora nati, tra il Reale e l’Immaginario, che, per la creatura che crea, comunica e sceglie, unica tra gli animali conscia dell’incompiuto, è, nell’essenza, eterna”.
Allora Wystan era già poeta affermato. Nel 1930 era stata pubblicata, presso la prestigiosa casa editrice londinese Faber&Faber, la sua prima raccolta di versi, dal titolo icastico e promettente, Poems. Egli vantava, inoltre, la stima di Thomas Stearn Eliot, che di Faber&Faber era direttore editoriale, nonché di altri poeti e critci: Stephen Spender , Dylan Thomas o Naomi Mitchison, la quale, sulle pagine di The Week-end Review, recensì la sua opera di esordio con toni encomiastici. In virtù di tali titoli di merito l’opinione pubblica inglese gli perdonava ciò che appena cinquant’anni prima non aveva potuto perdonare ad un altro grande della letteratura patria, Oscar Wilde. Se le inclinazioni omosessuali, che Wystan viveva con coraggio e senza infingimenti, non pregiudicavano agli occhi del pubblico il suo valore di poeta, nondimeno procuravano che egli fosse considerato con sospetto e fatto segno di prudente biasimo, soprattutto presso gli ambienti ideologicamente conservatori e perbenisti. Ricordiamo che i comportamenti omosessuali, nel Regno Unito, iniziarono gradualmente ad essere depenalizzati soltanto a partire dal 1923, quando Wystan era un ragazzo di sedici anni. Il poeta di York, del resto, vantava altre caratteristiche tali da riuscire invise a molti dei sudditi britannici, in anni in cui l’impero coloniale andava dissolvendosi assieme ai sistemi del libero scambio e della base aurea grazie ai quali al Regno era stata, fino ad allora, garantita potenza politica e prosperità industriale. In quegli anni trenta, quando il governo e il senso comune inglesi non avevano ancora maturato una posizione chiara e cosciente nei confronti della minaccia nazista, la esplicita adesione di Auden all’ideologia marxista non giovava certo ad un consenso alla sua opera che fosse unanime e diffuso. In un frangente storico durante il quale anche in Gran Bretagna, modello di stabilità politica e sociale, il movimento fascista di sir Oswald Mosley era riuscito a guadagnare non pochi proseliti, a quanti componevano i ceti colti e professionali, tradizionali consumatori della letteratura, non doveva essere insolito né arduo giudicare con patriottico disprezzo opere satiriche e dall’ironia pungente quali The Orators (1932) o le pièces teatrali composte a quattro mani assieme a Isherwood (The Dance of Death, 1933; The Dog Beneath the Skin, 1935; The Ascent of F6, 1937). A dispetto di ciò Auden poteva allora godere di amicizie importanti, principalmente negli ambienti progressisti; egli si giovava della solidarietà e della simpatia di uomini illustri, dalla incontestabile autorevolezza. Apparteneva, pertanto, e a pieno titolo, alla classe intellettuale, al ristretto novero di brillanti e censiti ingegni alle cui cure erano, per consuetudine, delegate le scelte decisive, vuoi nel campo pratico vuoi in quello spirituale. Quand’anche costoro si sbagliassero, essi erano, pur tuttavia, ben consapevoli delle ragioni che li avevano tratti in inganno. Perciò, se Wystan non era esecrato pubblicamente e in modo esplicito, era soltanto perché chi lo avesse fatto sarebbe stato giudicato un inopportuno ingenuo. A sottrarsi a tutto ciò il poeta aveva già provato: prima arruolandosi come autista nelle brigate internazionaliste che avevano combattuto nella guerra civile spagnola, poi accettando da parte di Random House e Faber&Faber l’incarico per il reportage di guerra in Cina. Al ritorno dall’oriente egli decise di lasciare definitivamente l’Inghilterra per gli Stati Uniti, dei quali ricevette in seguito la cittadinanza, nel 1946.
Il suo imbarco per New York rese a molti, in patria, l’opportunità per apostrofarlo come un traditore, un egoista che, di fronte ai difficili frangenti che il paese si apprestava ad affrontare, non aveva saputo rinunciare agli agi e ai conforti che oltreoceano gli sarebbero stati dispensati. Soprattutto da parte di coloro che avevano condiviso con lui idee radicali e progressiste egli fu aspramente criticato. La sua partenza dall’Europa, che andava a grandi passi sprofondando nella barbarie, dovette avvenire in uno stato d’animo affine a quello in cui Arthur Rimbaud raggiunse il continente africano, l’altra terra o la terra dell’altro, dove egli aveva ricercato un orizzonte da inseguire, la liberazione dalla bellicosa angustia della quotidianità borghese, il risarcimento, attraverso la distanza, della ferita della sua diversità, del suo essere poeta. Wystan lo raccontò in una delle liriche più belle della raccolta Another Time (1939), il sonetto dedicato appunto a Rimbaud, che si conclude così: “Now, gallouping through Afrika, he dreamed/ Of a new Self, the son, the engineer,/ His truth acceptable to lying men.”¹
Nondimeno, non fu il risentimento a indurlo ad abbandonare la terra natale. Nel corso del secondo anno della sua residenza newyorchese egli ebbe a scrivere, in una lettera indirizzata all’amico Louis McNeice, che sia in Inghilterra che negli Stati Uniti “oggi un artista si sente essenzialmente solo, intrecciato a radici morenti, sempre in opposizione ad un gruppo”, con la sola ma fondamentale differenza che in America “assieme a 140 milioni di solitari che gli girano attorno egli è costretto a non perdere il suo tempo ad uniformarsi oppure a ribellarsi”. Una necessità interiore, che non poteva non emergere né poteva essere censurata, lo sospingeva a creare una lingua poetica dove il mito si intrecciasse all’esperienza, foss’anche l’esperienza banale e quotidiana, della quale egli, con lucidità unica e penetrante, intuì la tendenza a ridursi ovunque alla forma monopolista della nevrosi di massa, sotto tutte le latitudini e tutti i regimi. Tale consapevolezza fu espressa in maniera mirabile nelle raccolte di versi scritti durante i suoi primi anni americani: The Double Man (1941), For the Time Being (1944), The Age of Anxiety (1947) e The Shield of Achilles (1955).
In questi anni si operò nel poeta un ripensamento profondo delle radici della propria particolare vocazione, del resto mai disgiunto da una riflessione generale sulle condizioni di esistenza di una poetica possibile; ne fu segno distintivo il tema del disvelamento delle molteplicità, sottaciute o alluse, in ogni fissazione identitaria del pensiero. “All real unity commences/ In consciousness of differences”² scrisse in The Age of Anxiety, dove le differenze sono tanto quelle tra gli individui, socialmente determinate dai modi delle loro relazioni, quanto quelle che ripartiscono internamente i soggetti di ogni enunciazione e di ogni atto. Nel lungo poema Horae canonicae, che fu pubblicato all’interno della raccolta The Shield of Achilles, le voci del carnefice, della vittima e del testimone intrecciano una soggettività elegiaca sostante in una vigilia atemporale, che è il momento antropologico dell’attesa, completo dei fremiti del corpo che si risveglia e delle immagini inconsce che lo incalzano dal sonno, non meno di quanto sia il Venerdì di cui parla la teologia cristiana o la memoria di altri eventi messianici, più a fondo dimenticati. La sostanza della sua ricerca, instancabilmente rivolta a esplorare la complessità e la profondità dell’essere, spiega anche il suo riavvicinamento, che data dal periodo in questione, alla religione cristiana. Se, dunque, nel Dicembre del 1939, dopo essere rimasto turbato alla visione dell’esultanza nazionalistica del pubblico di immigrati tedeschi che gremiva una sala cinematografica di New York, egli ricusò i versi con cui, nella celebre lirica Spain, aveva invocato la resistenza internazionalista, Auden non si riaccostò alla teologia per averne rassicurazioni equivoche sul senso di una perduta identità. Il tempo dei nazionalismi armati già inscenava apertamente la sua profana apocalisse, e il poeta aveva di ciò coscienza troppo acuta per incamminarsi a ritroso sul terreno che aveva lasciato dietro si sé (i nonni di Auden erano stati entrambi pastori della Chiesa d’Inghilterra, e il loro lascito spirituale era stato ricevuto con devozione dai genitori del poeta). Il suo senso del sacro fu, al contrario, sempre accompagnato da una tensione inestinta verso l’incontro con la diversità, che Wystan testimoniò pure nella vita, unendosi sentimentalmente al poeta ebreo Chester Kallman, stringendo sodalizio con i poeti afro-americani Owen Dodson e Robert Hayden, dimostrando una spiccata sensibilità per la nuova condizione della donna nei mutati contesti sociali.
Quando Auden rivide il proprio giudizio su alcune sue opere passate e mutò posizione rispetto all’ideologia marxista, della quale i suoi lavori degli anni trenta erano impregnati, non fu affatto per aderire a posizioni retrive quali, nel mondo letterario anglosassone, ne avevano espresse autori nazionalisti e antisemiti come Wyndham Lewis: “Whichever cause you adopt it is a game purely and simply. The only important thing is to be on the side to which you belong”³. Al contrario, Auden, pur riconoscendo la propria appartenenza alla “bourgeoisie” (“No, I am a bourgeois” egli conclude una lettera all’amico Rupert Doone, nella quale spiega le ragioni che, nel 1932, lo avevano fatto desistere dall’aderire al partito comunista), proseguì il proprio cammino artistico e esistenziale sul sentiero che, sebbene egli fosse consapevole dei limiti e della perfettibilità umane, liberasse la sua visione sulla prospettiva del futuro, tenendola in equilibrio sulle corde parallele della soggettività desiderante e delle tendenze storiche oggettuali. Nelle raccolte che pubblicò nell’ultima parte della vita, da Homage to Clio (1960) a Thank You, Fog (1974), egli fuse in maniera sempre più felice il metro classico, giambico o trocaico, alla lingua colloquiale e gergale, traendone, sotto gli auspici di una musa congeniale e ironica, l’esito di versi lievi e magnanimi, dispensati dalle labbra di un esperto centauro che abbia oramai appreso a dimenticare le verità da cui i suoi futuri discepoli non mancheranno di essere scossi e, forse, risvegliati.
Sono esempio di ciò i versi, amari e disillusi, con i quali il poeta rifletté sull’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, in August 1968: “About a subjugated plain,/ Among its desperate slain,/ The Ogre stalks with hands on hips,/ While drivel gushes from his lips”⁴.

Giancarlo Micheli

 

1 “Ora, attraversando l’Africa al galoppo, sognò/ Di un nuovo sé, il figlio, l’ingegnere,/ La sua verità accettabile per i bugiardi.”
2 “Ogni autentica unità comincia/ Nella consapevolezza delle diversità.”
3 “Qualsiasi causa tu adotti, si tratta di un puro e semplice gioco. La sola cosa importante è, invece, scegliere di stare dalla parte cui si appartiene” in English Review, 59 (Novembre 1934).
4 “Lungo una soggiogata pianura,/ Tra le sue vittime disperate,/ l’Orco incede con disinvoltura,/ mani sui fianchi e facendo battute.”

domenica 14 marzo 2010

La grazia sufficiente

recensione pubblicata in:


La grazia sufficiente (Campanotto, Udine 2010) di Giancarlo Micheli

«Di tutte le cose che soddisfano i suoi bisogni l’uomo attribuisce il maggior valore a quelle che meno gli sono indispensabili». È uno dei tanti aforismi che punteggiano il testo di Micheli. È un aforisma dal sapore orientale, quasi una massima confuciana, ma è anche una sentenza occidentale, che contiene una critica implicita al capitalismo che in occidente ha avuto i propri albori. Vorrei proporre come chiave di lettura del romanzo di Micheli la sovrapposizione, il rovesciamento tra oriente e occidente che si ritrova lungo tutto il testo, a cominciare dal titolo: La grazia sufficiente. Un titolo pertinente alla piena teologia cattolica e quindi occidentale. La grazia sufficiente è la grazia che avremmo perso dopo la caduta del peccato originale; grazia efficiente è invece il dono che Dio ci offre di ristabilirci nella grazia originaria attraverso la morte e la resurrezione del Cristo. Quello di grazia sufficiente, del resto, è anche concetto fondamentale della teologia protestante, in particolare della dottrina della predestinazione, nella quale Weber, come è accennato in un passo del libro, vede nell’etica protestante il punto germinale del capitalismo. Dunque un titolo che fa esplicito riferimento alla teologia cristiana, occidentale, per un romanzo però ambientato in Giappone. Due personaggi: un giapponese Taisho, che studia per conformarsi al modello occidentale, e un olandese, Baruch, che vivrà in Giappone ed assumerà gli usi e i costumi del luogo. La scena principale del romanzo è posta a Nagasaki, città che, a distanza di pochi anni da quelli in cui si svolgono le vicende narrate, rappresentò il punto di impatto più devastante nell’incontro tra Occidente e Oriente. Il libro offre un ricchissimo campionario di tali luoghi d’incontro e rovesciamento, uno dei quale è proprio la ricchezza. Una ricchezza intesa in senso occidentale, sotto la categoria della quantità, ma non disgiunta da una correlativa accezione orientale, quale ricchezza interiore e dissipazione di essa. La ricchezza è anche la cifra più evidente della concrezione stilistica dell’opera. Quello del Micheli è uno stile ricercato, minuzioso, alto, dove ricorre un continuo utilizzo di vocaboli desueti, non perché arcaici ma perché esclusi dall’uso quotidiano della lingua; vi emerge un tentativo di riportare la nostra lingua a una ricchezza che le è propria, proprio in un momento in cui si sta, ovvio costatarlo, terribilmente impoverendo. La critica letteraria ne fa all’autore in qualche modo un cruccio, travisando completamente questo punto specifico. Anche critici letterari rinomati, pur riconoscendone il valore di scrittore, rimproverano a Micheli, chi direttamente chi indirettamente, il limite dello stile. Io trovo che sia come muovere rimbrotto a Monna Lisa perché non sorride a tutta bocca o per lo meno non se ne stia seria come ritrattistica vuole. Lo stile è invece l’elemento peculiare della scrittura di Micheli. Uno stile che esige senza dubbio una grande attenzione, richiede al lettore la stessa fatica richiesta all’autore per metterlo sulla pagina. Soltanto qualora si consideri la letteratura come svago, gli può essere rimproverato uno stile così personale e così riuscito. Uno stile troppo ricercato, è stato detto; sicuramente ricercato, nel senso però di frutto di una ricerca, che, peraltro, ottiene evidenti risultati. La grazia sufficiente è il terzo romanzo del Micheli; chi conosca i precedenti sa delle difficoltà che si incontrano nell’affrontarne le prime pagine, e sa anche del piacere che si prova ad andare avanti, sa della facilità con cui, una volta che si sia acquisita familiarità con i modi narrativi dell’autore, si voglia impazientemente arrivare all’epilogo e come, guardandosi poi indietro, si rimanga estremamente grati alla ricercatezza e al non svilimento di parole che costituiscono il valore della lingua italiana. Tipico dello stile del Micheli è un continuo, quasi ossessivo, accoppiamento di sostantivo e aggettivo, spesso di sostantivo e aggettivi. Scrive Cesare Pavese nel Mestiere di vivere: «Anche se proviamo un palpito di gioia a trovare un aggettivo accoppiato con riuscita a un sostantivo, che mai si videro insieme, non è stupore all’eleganza della cosa, alla prontezza dell’ingegno, all’abilità tecnica del poeta che ci tocca, ma meraviglia alla nuova realtà portata in luce». Il valore della prosa del Micheli risiede esattamente nella capacità, dispiegata in ogni frase e in ogni periodo, di portare alla luce nuove realtà, dapprima linguistiche ma che si trasformano, poi, in nuove realtà prettamente percettive. Alla conclusione della lettura di un romanzo di Micheli traiamo una percezione dell’esistente estremamente più ricca di quanto ci era compagna prima. Anche dal punto di vista narrativo riscontriamo una analoga abbondanza (ricchezza) di temi e di strutture. E sono certo che la critica meno attenta sarà pronta a pretendere il diritto di bacchetta. Anche qui sarebbe solamente fraintendere un punto invece essenziale. Due personaggi indipendenti, l’uno reincarnazione dell’altro, forse, si incontrano in maniera sfumata, in sogno, un ricongiungimento onirico. Si incontrano nuovamente, forse, di nuovo nel capitolo conclusivo. Tutto ciò avviene in forme e stati di coscienza molto vicini a quelli che Esiodo attribuisce a Hypnos, figlio della Notte e fratello della Morte. Qua il sogno è soglia privilegiata tra il mondo dell’al di qua e la vita dell’al di là, tra la realtà presente ed una ulteriore. Il sogno, sia nella filosofia orientale che nella nostra occidentale, è stato da sempre considerato manifestazione di una realtà parallela, alternativa, portatrice di messaggi peculiari e verità più profonde; dopo che il razionalismo moderno lo ebbe relegato entro i confini dell’illusorio, si sono dovute attendere le prove fornite dalla psicanalisi affinché fosse rimesso al posto che gli compete. In tal senso si potrebbe dare allo stile di Micheli la definizione di realismo onirico, così come di onirico realismo si compone la narrazione della Cabala. Anche nella struttura narrativa de La grazia sufficiente ritroviamo due serie parallele e tra di loro intrecciate: ancora una volta Occidente, nella precisione linguistica e dei riferimenti culturali, e Oriente, nei concetti portanti di possibilità e dissipazione. Taluni personaggi, talune vicende vengono presentati con i chiari segni di essere determinanti per il prosieguo della storia, e invece come così compaiono dispaiono. Talvolta sembra che la storia prenda una certa via, ma subito dopo ne imbocca invece una diversa e non prevedibile. Personaggi che sembrano poter essere coprotagonisti svaniscono poi nel nulla, proprio come nel sogno, proprio come nella vita, nella realtà. La saggezza orientale ha inteso il concetto di giusto mezzo come pari possibilità degli estremi. Solo Bruno e Spinoza, nella filosofia occidentale, hanno espresso concezioni simili. Non a caso il protagonista del romanzo di Micheli, ebreo convertito al calvinismo, porta lo stesso nome di battesimo di Spinoza, Baruch. La cifra che caratterizza i personaggi del romanzo e le loro relazioni non è l’equidistanza, di consuetudine e stampo occidentali, bensì la equiprobabilità; non è la mezza misura, la medietas, la mediocritas, ma piuttosto una fluttuazione attiva, un movimento che si dispiega di nuovo come in sogno, ancora una volta come nella realtà. Il movimento nella filosofia orientale è un processo, una via; la parola Tao significa ciò: la via. Il filosofo taoista Meng Zi scrisse: «Si lede il Tao se ci si attiene all’uno, se si accoglie un principio e se ne trascurano cento». Il taoismo invita dunque a contemplare la pari probabilità di un accadimento e del suo contrario. Tutto il testo di Micheli è, in qualche modo, una ripetizione di questa saggezza orientale. Sembra che qualcosa accada, ma la sua evenienza svanisce nel nulla; possibilità non preparate dall’intreccio prendono invece importanza all’improvviso e rilanciano la narrazione. Ritornando, per un attimo, sull’esame del piano linguistico, la lingua del romanzo di Micheli si lascia contaminare dai modi propri del mondo culturale che raffigura, esprimendosi in alcuni passi per accenni, per additamenti. Nel modo di parlare dell’Oriente una frase non si chiude come la si pensa e la si chiude in occidente ma, per così dire, si riassorbe appena accennata. Come in questo apologo che si trova nel libro di Zhuang Zi: “Al maestro venne chiesto: «Che cos’è la saggezza». Il maestro rispose: «Un allevatore di scimmie distribuiva ghiande alle scimmie dicendo: vi darò tre ghiande al mattino quattro alla sera. Le scimmie si dimostrarono innervosite. Ve ne darò quattro la mattina e tre la sera. Le scimmie ne rimasero incantate». Si tratta di accenni che non appartengono alla razionalità conchiusa, che abbisogna di un significato immediato, quale si presenta nella forma tipica del saggio filosofico occidentale. Anche l’esergo del romanzo di Micheli è tratto dal libro di Zhuang Zi: “Una volta Zhuang-zi sognò che era una farfalla svolazzante e soddisfatta della sua sorte e ignara di essere Zhuang-zi. Bruscamente si risvegliò e si accorse con stupore di essere Zhuang-zi. Non seppe più allora se era Zhuang-zi che sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Zhuang-zi. Tra lui e la farfalla vi era una differenza. Questo è ciò che chiamano la metamorfosi degli esseri”. Questo movimento è quello del Tao, la via. E il libro di Micheli si chiude con una seconda sentenza del libro di Zhaung Zi, riportata nella nota che chiosa l’ultima frase del testo: “Il Tao supremo non ha nome; il discorso supremo non ha parole; la benevolenza suprema esclude qualsiasi benevolenza parziale; la purezza suprema è senza ostentazione; il coraggio supremo è privo di crudeltà”. Nell’allusione, nella suggestione, nel senso vago sta il fondamento della saggezza orientale. In cinese la parola Wei ha un doppio significato: senso e sapore. Il senso si gusta. Del resto anche nella nostra lingua il termine saggezza deriva dal latino sapore. La logica del discorso filosofico orientale non è di tipo razionale (ratio), che ripartisce, ma è una logica sfumata, che si gusta e si lascia sciogliere sulle papille gustative della mente o dell’anima. Nel pensiero orientale esiste il contrario della verità, ma non è, come in occidente, la falsità; è piuttosto la parzialità. Non vero è ciò che non riesce ad abbracciare tutte le possibilità dell’esistente. Si tratta, dunque, di un tipo di logica del tutto contraria a quella esclusiva (non contraddizione, terzo escluso) su cui si fonda il pensiero occidentale da Aristotele in poi. Tale logica è invece inclusiva, ogni possibilità è mobile e fluttuante, e ricompare ovunque lungo tutto il romanzo di Micheli. Auguste Blanqui, rivoluzionario nizzardo che fu internato nella prigione dello château d'If in seguito al fallimento della Comune di Parigi di cui era stato membro, ebbe un’idea assolutamente orientale, che più tardi Nietzsche riprese nella propria concezione dell’eterno ritorno e che può rischiarare bene l’intreccio narrativo adottato da Micheli. Scrive Blanqui nel breve saggio del 1871 L’éternité par les astres: «Esiste una terra in cui ogni uomo segue la strada che il suo sosia ha disprezzato nell'altra. La sua esistenza si sdoppia in due globi diversi, e poi si biforca una seconda, una terza volta, migliaia di volte. Possiede così dei sosia identici e incalcolabili varianti di sosia, che sono la stessa persona moltiplicata, ma che condividono solo dei frammenti dello stesso destino. Tutto ciò che si sarebbe potuto essere quaggiù, lo si è altrove, da qualche altra parte». Un’idea visionaria e terribilmente affascinante: altrove continuano a vivere le possibilità che qui abbiamo scartato. Questo sapiente utilizzo del concetto di possibilità è anche il merito che si deve dare a un libro come La grazia sufficiente, al cui autore dobbiamo essere grati per un testo di tanta ricchezza in un momento di così buia povertà culturale, un testo tanto ricco da dissipare, tanto onirico da mostrare che il reale è costituito da molteplici e diversi possibili, che noi rifuggiamo quando siamo sopraffatti dalla paura o quando li percepiamo quali possibili imprevisti, ostacoli al tranquillante prevedibile e dei quali, per timore, ce ne priviamo. Scrive Kong Zi nel libro dei Dialoghi, il Lun Yu: “Guardo in alto ed è sempre più in alto. Cerco di entrarvi ed è sempre più impenetrabile. Lo vedo davanti e ad un tratto è dietro.”
Stefano Busellato





Giancarlo Micheli, La grazia sufficiente (Campanotto, Udine 2010)

http://www.bol.it/libri/grazia-sufficiente.-CD-Audio/Giancarlo-Micheli/ea978884561133/
http://www.ibs.it/code/9788845611339/micheli-giancarlo/grazia-sufficiente-con-cd.html
http://www.amazon.it/grazia-sufficiente-narrativa-Prosa-contemporanea/dp/8845611337/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1291728752&sr=1-1
http://www.libreriauniversitaria.it/grazia-sufficiente-cd-audio-micheli/libro/9788845611339
http://www.webster.it/libri-grazia_sufficiente_cd_audio_micheli-9788845611339.htm
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lettura dal prologo


Iacopo Vettori

lunedì 8 marzo 2010

La grazia sufficiente (Campanotto, 2010)

La grazia sufficiente (Campanotto, 2010)
Giancarlo Micheli


Nella lingua cinese il termine Ren - che ritorna quasi come un leit-motif nel libro di Confucio, il Lun Yu (V sec. a.C.) - significa: uomo in quanto altro da sé. Si scrive unendo gli ideogrammi che designano, rispettivamente, il concetto di "uomo" e quello del numero "due". Ulteriori significati che il termine Ren può assumere sono quelli di "benevolenza", "simpatia". Al contrario di quanto avviene nella nostra tradizione filosofica, sviluppatasi attorno al nucleo della coscienza individuale, la soggettività orientale si coglie, o si sfiora, sotto la luce della relazione originaria tra gli individui. Il romanzo La grazia sufficiente cerca di riflettere, nello specchio del pensiero e della vita ad occidente, l'immagine di questa differenza sostanziale. La traiettoria della narrazione è aperta verso il raggiungimento del frutto di una coscienza reciproca e sensibile.


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lettura dal capitolo X
Ilaria Pardini



domenica 21 febbraio 2010

La parentesi della scrittura

Un link verso la pagina dove l'amica Tiziana Fratini ha offerto attenzione alla mia scrittura. Per sguardi oltre l'orizzonte che, attraverso ciò che è vicino, vedano alla più grande distanza

http://tizianafratini.xoom.it/virgiliowizard/look-at-the-book