venerdì 1 aprile 2016

Global warming, febbre agonica della tecnocrazia liberista

articolo di Giancarlo Micheli
pubblicato nella rivista Il Ponte - rivista di politica economia e cultura fondata da Piero Calamandrei (Anno LXXII, n.3 - marzo 2016)



A pensar bene – prassi che non si può sostenere senza mendacità sia stata la passione predominante in ogni individuo che sia vissuto ed in ciascuna epoca della storia –, l’assillo che il regime economico globale pone oggi a se stesso in merito agli sconvolgimenti climatici ed alle componenti antropiche della loro genesi dichiara, nei fatti, il fallimento del capitalismo. Gli apparati che distribuiscono opinione e scienza impetrano, con la querula ipocrisia che è loro congeniale, l’attuazione di principî di pianificazione economica, alieni alla natura del modo di produzione che seduce e mobilita la specie da alcuni secoli a questa parte; ne risulta una dilacerante contraddizione intestina per questo organismo surrettizio, il quale pur tuttavia si dibatte nelle lacrime e nel sangue viventi, quasi fosse l’unico degno di fede di tutti i corpi che avvelena e gli intelletti che corrompe. Ciò significa forse che la dialettica materialista compia effettivamente il proprio corso storico necessario? Che il capitalismo, all’evenienza degli attriti in intrinseche contraddizioni, riformi se stesso in direzione di una progressiva Aufhebung delle proprie verità durevolmente parziali? Rispondere affermativamente equivarrebbe ad anteporre gli ottativi di un cuore malato alla consapevolezza della mente la quale conservi la capacità di diagnosticare l’infermità del primo e quella che gliene deriva per effetto collaterale. La dominazione ideologica è, appunto, il Moloch che si nutre di ogni palpito e secrezione dell’ingegno umano, la digerisce nelle proprie viscere nocivamente salubri, per eternarsi in una natura fittizia, prevaricatrice della reale ed autentica. Colui che ravvisasse la pertinenza alla generale temperie cognitiva, quale si manifesta nelle attuali forme mediatiche di indottrinamento, di ciò che Karl Marx dichiarava a proposito del rappresentante del socialismo piccolo-borghese, Joseph Proudhon, in una lettera pubblicata all’indomani della morte di lui, avrebbe la buona sorte di fiutare un indizio sui luoghi retorici ove sia andato a parare il culto della personalità, tanto in voga presso le dittature novecentesche, una volta che esso sia stato assimilato dai processi metabolici del vigente sistema tecnocratico, la cui prerogativa non è più quella che ebbe all’aurora della critica marxiana, di estrarre plusvalore nelle condizioni sociali di produzione, bensì quella pervasiva di postulare la specie come riserva massiva destinata alla maggior gloria del medesimo scopo, quando il pluslavoro è comminato ai produttori finanche nel tempo che venne dapprima percepito feriale e definito, tramite un doloso solecismo, libero:

Proudhon ebbe una naturale inclinazione per la dialettica. Ma poiché non comprese mai la dialettica scientifica, egli non andò mai oltre il sofisma. Esso è infatti congenito al suo punto di vista piccolo-borghese. Come lo storico Raumer, il piccolo borghese è fatto di da una parte e di d’altra parte. È così per quel che attiene ai suoi interessi economici e, pertanto, alle sue opinioni politiche, religiose, scientifiche e artistiche. Allo stesso modo nella sua morale, IN TUTTO. Egli è una contraddizione vivente. Se, come Proudhon, egli è inoltre un uomo d’ingegno, imparerà presto a giocare con le proprie contraddizioni e a svilupparle in accordo alle circostanze in eclatanti, pretenziosi, ora scandalosi ora brillanti paradossi. Il ciarlatanismo nella scienza e il compromesso in politica sono inseparabili sotto un tale punto di vista. Esiste una sola ragione di governo, la vanità del soggetto, e la sola questione per lui, come per tutte le persone vanitose, è il successo del momento, lo scalpore del momento.[1]

Il governo dei poteri economici sull’economia planetaria, cui offrono supporto e convalida in guisa di apparati ideologici non solo le istituzioni statali ma soprattutto gli stessi cartelli industriali e finanziari che impongono ad esse agende e protocolli, assume nei confronti delle criticità, quali si manifestano nello sviluppo della propria sovrana dinamica, il punto di vista dell’uomo-massa, così da ingenerare il corto circuito per cui l’opinione piccolo-borghese (da intendere nell’accezione marxiana di cui sopra) divenga il valore cognitivo al passo con i tempi, il quale identifica i dogmi della fede con i postulati della scienza, con buona pace del secolo liberale che elaborò come astrazioni il principio di falsificabilità ed altri sottili criteri ermeneutici.
Nel 1988 le Nazioni Unite fondarono lo Intergovernmental Panel on Climate Change, i cui compiti statutari furono definiti dal triplice scopo di appurare quali siano i fondamenti scientifici dei mutamenti climatici, di valutarne l’impatto sui sistemi naturali ed umani, nonché di suggerire, infine, le strategie adatte a mitigarlo. Questo comitato di tecnici riflette le convinzioni maggioritarie nella comunità scientifica in merito ai cruciali dilemmi di loro competenza. Il contenimento delle emissioni dei cosiddetti gas ad effetto serra rilasciati nell’atmosfera in seguito al consumo dei combustibili fossili, che alimentano tutt’oggi la produzione energetica su scala globale in una proporzione stimata pari a circa l’80% della complessiva, è la raccomandazione che fu precocemente inoltrata alle autorità politiche, ma è chiaro come la luce del sole, oltre che incontrovertibile, il fatto che gli strumenti legislativi o giudiziari di cui esse dispongono abbiano una forza di indirizzo assai limitata nell’àmbito di un sistema pervasivo, che regola sul profitto le proprie basi assiologiche, giungendo ad ipostatizzare, alla stregua di tangibili manne dal cielo od altri viepiù succulenti appannaggi fatali, i favolosi ratei delle rendite finanziarie che, grazie all’impiego di sistemi di intelligenza artificiale, maturano, di attimo in attimo e finanche adesso, durante intervalli di tempo virtualmente infinitesimi. Esigere dall’attuale regime economico una qualsivoglia capacità di pianificazione a lungo termine equivale alla pretesa che gli animali da preda adattino il loro metabolismo perché acquisisca all’istante le medesime prerogative di quello di mansueti vegetariani. Ecco pertanto che, dopo un solo decennio dalla lodevole creazione dell’ente sovranazionale, tragedia dell’impotenza nella narrazione del capitalismo, subito la storia fu replicata come farsa nella stipulazione del Protocollo di Kyoto, tra i comma del quale, tutti di dimostrata inefficacia a sovvertire l’epocale tendenza apocalittica, non mancò il patetico meccanismo dello Emissions trading, la garanzia allo scambio di crediti di emissione tra gli Stati contraenti, cosicché al revival della credenza nei beneficî della legge della domanda e dell’offerta, già cara ai fisiocratici ed agli economisti classici e tale da fare aggio, al presente, sull’ingenuità dei migliori selvaggi e l’ipocrisia dei peggiori speculatori che si avvalsero pure di quell’opportunità diplomatica per perseguire le politiche di decentramento produttivo verso i paesi cosiddetti emergenti, le quali ultime costituirono gli autentici punti di viraggio dell’attuale crisi sistemica, benché la si dissimulasse dapprincipio sotto le fragorose e tutt’altro che ineffettive esplosioni di bolle finanziarie. D’altronde, deve ancora nascere il genio diegetico capitalista in grado di persuadere le vittime della recente ondata di caldo, che colpì nel Maggio scorso l’India e con particolare recrudescenza l’Uttar Pradesh, in merito al fatto che gli equilibri geostrategici dell’imperialismo siano profondamente mutati rispetto ad un secolo e mezzo fa, quando le nocività del modo di produzione taylorista intraprendevano in sordina le prassi che oggi comminano, ante festum, la condanna ad un destino progressivamente penoso per le incolpevoli generazioni a venire; deve ancora essere partorito dai ventricoli della scienza e della tecnica della comunicazione il portentoso aedo che sappia rincuorarle e mostri loro, dati alla mano, quanto poco sia verosimile che si ripetano oggi  flagelli – per non trascegliere che un esempio paradigmatico – della misura di quello che, al deflagrare della Guerra Civile negli Stati Uniti, indusse i proprietari coloniali inglesi a convertire la tradizionale coltura del riso in piantagioni di cotone e juta, proficue a rifornire gli eserciti in lotta, tant’è che la susseguente carestia procurò nel solo Stato dell’Orissa un milione di morti, pari ad un terzo della popolazione totale. Pur tuttavia, in tale attesa, il capitalismo sa dimostrarsi inaspettatamente paziente e, quand’anche un simile messianico paracleto tardi a dar segno di sé, esso esibisce la calma dei forti, sembra dar quasi ad intendere di poterne persino fare a meno.
Negli Stati Uniti, patria del Primo Emendamento, non hanno fatto difetto nel frattempo investimenti intesi a conferire a scienziati dissidenti la facoltà di confutare le tesi egemoni in tema di mutamenti climatici. Ciò condusse presto a fruttuosi scandali mediatici, allorché si poté arguire che gli apostati risultassero in maniera sistematica sul registro dei pagamenti delle multinazionali petrolifere, la ragguardevolezza dei cui interessi rimane tale da non destare meraviglia nell’animo del common man laddove questi li sorprenda in flagrante bisogno di rappresentanza, ma è nondimeno sufficiente a dare succedanea soddisfazione all’offeso senso della giustizia di lui allorché egli constati come la legge, sebbene non sia davvero eguale per tutti, faccia egualmente il proprio corso anche contro lobbies agguerritissime, sicché per qualche settimana almeno quell’individuo qualunque si senta promosso ad uomo del destino in qualità di consumatore dell’informazione relativamente più vorace. Né la diatriba poté esaurirsi con vari salomonici arbitrati, giacché non latitarono esponenti della fazione scettica e negazionista, quali il geologo e meteorologo Reid Bryson, il quale avvertì il dovere di porre all’attenzione dell’opinione pubblica il commento secondo cui ci siano “molti soldi da guadagnare in questo settore e se vuoi essere un eminente scienziato devi avere molti studenti specializzandi e molte borse di studio”[2], le quali verrebbero assegnate con difficoltà a chi non si conformi alle posizioni dominanti, oppure il fisico dell’atmosfera Richard Lindzen, autore dell’affermazione, ardua da confutare in specie qualora spetti farlo al succitato common man, stando alla quale “il motivo per cui noi (gli Stati Uniti) sappiamo sistemare le cose (i mutamenti climatici) molto meglio del Bangladesh è perché siamo più ricchi”, nonché delle domande, tanto retoriche quanto gravide di futuro: “Non riterreste sensato assicurarsi di essere solidi e ricchi quanto più possibile? E che anche i poveri del mondo siano solidi e ricchi quanto più possibile?”[3].
È palese quale concetto corrisponda al significante povero nella contestuale cognizione del novello Prospero, cosicché egli sciorini un nitido esempio di contradictio in terminis con la disinvoltura che è odierno decoro misconoscere a guisa di autorevolezza: altro non sono che i gruppi di interesse extralegale della borghesia cosmopolita che nelle molteplici regioni del pianeta hanno acquisito, mai senza nequizia e corruttela, il diritto di rappresentanza degli umili ed offesi, sullo sfruttamento dei quali si ergono come sulla parte di loro proprietà di un generale cumulo di macerie. Evidente risulta, d’altronde, di che genere sia l’unica risposta che si debba dare dinanzi a tale recrudescente lubricità senile dell’imperialismo: esproprio diretto dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori, ed ancor più da parte delle masse proletarie e sottoproletarie dell’ecumene, spauracchio al cui cospetto tutti i saggi od inconsapevoli lacchè del sistema di avvilimento ed incretinimento in vigore oggi, che vorrebbero proseguire a deliziarsi alienando la verità in ossequio ai piani messianici del variopinto folclore religioso che è servito loro da provvidenza, tremano al pari di Isacco sotto alla lama paterna.
Non la raccapricciante inquadratura del sangue che assassini integralisti versano dalle giugulari delle vittime inermi è il nefando e l’osceno all’interno del profilmico del totalitarismo mediatico, bensì l’immagine della rivoluzione.
Rimane, dunque, necessario venga il mattino in cui le donne e gli uomini si alzeranno per conquistare la vita felice e giusta in questo mondo.
Intanto, non nel mero proposito di dirimere la querelle, il quale sarebbe vano nella prospettiva del profitto capitalistico, furono commissionate numerose indagini per classificare le tesi scientifiche riguardo agli sconvolgimenti climatici e sintetizzarle in prospetti statistici sulla cui base pure l’uomo della strada potesse farsi la propria idea. Quanto alle azioni mediante le quali partecipare alla soluzione del problema, costui attese e ricevette doni insperati, dal momento che ogni eventuale sacrificio personale, quand’anche servisse mai a qualcosa, gli sarebbe stato richiesto in forme indirette e per così dire subdole, mentre nel resto della sua vita passabilmente miserabile non lo si sarebbe onerato di particolari coercizioni, tanto da permettere si cullasse nel sogno del benessere e di succedanee comodità. Nel novero di codeste, egli poté contare l’allettante occasione di mettere in fila la propria vanità assieme a tutte le altre, di esprimerla sui più innovativi social networks, in libertà così permutabile e trasparente da costellare lo spazio virtuale di impliciti consensi all’ordine impersonale degli stati dell’arte loro, tramite procedure non dissimili a quelle cui si piegarono con disciplina qualificati uomini di scienza quando dovettero confessare, ovvero tacere, le proprie cognizioni in merito ad imminenti catastrofi antropologiche. Non gli furono, inoltre, risparmiati messaggi pubblicitari volti a finanziare progetti filantropici in paesi colpiti da desertificazioni o inondazioni, dai quali non senza orgoglio si sentì chiamato in causa, fiero in fin dei conti di poter elargire di tasca propria quel minimo obolo che bastasse a calmierare il pungolo della coscienza morale, assai compunto e quasi trafitto da compassione, abbastanza perché non avvertisse stimoli sediziosi a rivendicare che prendessero direttamente a cuore la faccenda le multinazionali da cui lui o qualcuno tra i suoi conoscenti, anche stimati, ricevette il salario e le quali avevano depredate per decenni le risorse di quelle terre afflitte, dove i bambini muoiono ancora di fame.
“Il fatto è che in una società fondata sulla miseria, i prodotti più miserabili hanno la fatale prerogativa di servire all’uso della maggioranza”[4] scriveva Karl Marx nel 1847, prendendo a bersaglio ancora una volta Pierre-Joseph Proudhon, al cui recente Système des contradictions économiques ou Philosophie de la misère contrappose il proprio  Misère de la philosophie, giusto negli anni nei quali si cominciò a registrare la temperatura del pianeta e a redigere pionieristiche diagnosi delle sue febbri climatiche. Se anche maggiori cataclismi non venissero a suffragare le meglio aggiornate che seguirono da oltre centocinquant’anni a questa parte – asserzione che chiunque si troverebbe in difficoltà a pronunciare in termini apodittici malgrado lo si sollecitasse con laute ricompense –, quelli finora patiti bastano a rivelare l’istinto di morte che sta alla base della civiltà quale viene tecnicamente organizzata nel sistema oggi in vigore. Perché sia possibile invertire la china avanti che precipiti fino alle  imminenti crisi dove la specie preconizza il destino dell’estinzione, è necessaria, oggi, una rivoluzione mondiale e internazionalista. Solo una forza superiore alla violenza di cui il regime si avvale sarà in grado di rovesciarlo e dare un avvenire reale alle future generazioni, la forza della poesia che “trasforma il mondo” e “cambia la vita”.




[1] Lettera di Karl Marx a Johann Baptist Schweitzer del 24 Gennaio 1865, pubblicata in Der Social-Demokrat, n.16-17-18 del 1-3 e 5 Febbraio 1865.
[2] Hooey Denier Deniers, Debra Saunders in Real Clear Politics, 24 Giugno 2007.
[3] How dangerous is Global Warming?, dialogo in Los Angeles Times, 17 Giugno 2001.
[4] Misère de la philosophie. Réponse à la philosophie de la misère de M. Proudhon, C.G. Vogler, Brüssel / A. Frank, Paris, 1847. Ed. it. in Karl Marx-Friedrich Engels, Opere VI, a cura di Fausto Codino, Editori Riuniti, Roma 1973.




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