venerdì 13 dicembre 2013

La quarta glaciazione (Campanotto, 2012), Giancarlo Micheli

recensione di Alessandro Assiri
a La quarta glaciazione (Campanotto, Udine 2012) di Giancarlo Micheli
pubblicata in La stanza delle poche righe (ottobre 2013)

Della raccolta La quarta glaciazione è evidente fin dalla prima lettura l’ampio arco temporale e di esperienza  lungo il quale i testi sono stati scelti, cosicché ne riesce una densa sintesi della cultura dell’autore, fondata in un forte imprinting filosofico che si sostanzia in vigorosa critica dell’eresia ed in una circostanziata disanima di tematiche religiose. In merito a ciò che altri hanno affermato, individuando nella poesia di Micheli i caratteri peculiari allo sperimentalismo, mi sento in disaccordo, soprattutto a motivo delle scelte linguistiche disseminate lungo tutto il libro, contraddistinte da una profondità di struttura che esula, a mio modo di vedere, dai canoni e dagli stilemi della poesia sperimentale, quale potrebbe essere, per intenderci, quella di un Marco Giovenale o di un Alberto Mori. I versi de La quarta glaciazione sono scritti con ponderatezza e riflessività che li designano ad altre appartenenze. Richiamandoci ad un’immagine bretoniana, giacché è palese e talora esplicita la relazione di affinità elettiva con l’avanguardia storica surrealista, nell’abbondante e fecondo corpo di ritmiche e sonorità sedimentate nel volume si avverte uno sviluppo della poièsis in direzione dell’affinamento del mormorio inconscio, il quale è dapprima ascoltato e, man mano che si prosegue verso liriche più recenti, con accresciuta consapevolezza provocato. Quella di Micheli è una poesia fondamentalmente antropocentrica, svolta su di una linea di ricerca di cui io auspicherei la riscoperta; un indirizzo, quello che pone al centro l’uomo contro e a dispetto di ogni vincolo confessionale, che si ritrova anche nella produzione narrativa dell’Autore. Questo tipo di letteratura è quello che non ha ancora rinunciato alla lotta contro il degrado culturale e antropologico procurato dalla divisione del lavoro intellettuale all’interno della civiltà capitalistica, la quale ha condotto il popolo degli scriventi fino alla paradossale condizione di spettri, soggiacenti alla sparizione blanchotiana del soggetto per cui l’io si stempera interamente nel testo, rendendoli virtualmente e materialmente incapaci di dialogo con l’altro tramite le loro pagine, dalle quali il tu è evaporato e dissolto. A testimonianza di quanto in breve esposto, ci piace dunque riportare la lirica conclusiva della raccolta: “Nella chiarezza inconcepita di un’estate/ Estesa oltre il sogno del tempo/ Tu sei il ciclo del sole e le fasi della luna/ L’erba che cresce al suono del pensiero/ L’armonia delle labbra e del silenzio/ La mano che muta in vino le prime acque”.
Alessandro Assiri
 

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